Figurine biancorosse: Ubaldo Oppi
note di Paolo Paiusco
Il fascino che spande da sé il gioco del calcio trova espressione in tempi, ambienti e circostanze imprevedibili e bizzarre, le quali – nella loro caleidoscopica brillantezza – lo confermano fenomeno che in maniera ineluttabile permea quantomeno la storia a noi più recente, oltre che la nostra quotidianità.
Non deve troppo stupire, quindi, se questa figurina biancorossa parla di uno dei più grandi pittori italiani della prima metà del Novecento, Ubaldo Oppi appunto, che prima di lasciare il segno nella storia dell’arte contemporanea ebbe modo di tracciare testimonianza indelebile – per quanto modesta – nella storia della squadra di calcio della città in cui venne a vivere, si trovò a lavorare e lo vide infine morire.
“Nato a Bologna il 25 luglio 1889 da Pompeo e Guglielmina Mantecchini, giunge all’età di quattro anni a Vicenza, dove la famiglia apre un negozio di scarpe in centro storico. Allievo di Klimt a Vienna, Ubaldo Oppi viaggia l’Europa in lungo e in largo, perfezionando la propria formazione particolarmente al Louvre di Parigi. Nel 1924 espone i suoi dipinti alla Biennale di Venezia, che gli concede una sala personale, e in breve tempo la sua fama artistica aumenta in modo esponenziale, rendendolo ospite acclamato in tutte le manifestazioni pittoriche di stampo internazionale. Ad oggi è considerato il maggiore esponente del Realismo Magico. (…) Traccia delle sue presenze sui campi da calcio sono rinvenibili nella biografia realizzata dal critico d’arte di inizio secolo Ugo Ojetti (‘Ubaldo Oppi…era stato un assiduo di palestre e di campi ginnastici, rematore, pugilatore, calciatore…’), oltre che in un elaborato di Giuseppe Dalla Massara (‘Ubaldo era pure un giovane calciatore di prima squadra del Vicenza Calcio’). Ubaldo Oppi giocò nell’A.C. Vicenza nel 1905”.
Mirabile la sintesi di Sergio Vignoni nell’Almanacco illustrato Vicenza Calcio, volume imprescindibile per la visione in compendio di tutti i protagonisti che hanno vestito la casacca biancorossa dal 1902 al 2018 (anno di pubblicazione dell’opera, firmata assieme a Gianni Grazioli).
Va per i sedici anni Ubaldo Oppi, quando gioca a calcio nel Vicenza. L’interesse per il pallone è robusto ormai da qualche anno, nella città berica.
“Già nel 1900 (…) si registravano a Vicenza partite di football fra istituti scolastici. A organizzarle, degno pioniere, è un professore di ginnastica a nome Antonio Libero Scarpa. Il 9 marzo del 1902 (…) i pedatori vicentini si riuniscono nella palestra comunale dedicata a Santa Caterina e fondano l’Associazione Calcio Vicenza. Viene eletto presidente sociale il professor Tito Buy, direttore della Scuola tecnica” ricorda Gianni Brera nel suo “Il calcio veneto” (Neri Pozza, 1997).
Ha data 19 febbraio 1905 la partita che vedrà in campo Oppi nelle fila del Vicenza. Contro una squadra di Padova. Non ancora il Calcio Padova (che verrà fondato nel 1910) ma comunque contro la formazione calcistica rappresentativa della città del Santo all’inizio del Novecento: il Club Ginnastica e Scherma Cesarano Padova, società sportiva di ginnastica e scherma, appunto, fondata nella seconda metà del XIX secolo, che tra il 1900 e il 1902 vide nascere anche una sezione calcistica.
Che la pratica del calcio passasse attraverso l’organizzazione delle squadre di ginnastica non era prassi insolita, come testimonia del resto l’esperienza della stessa Associazione Calcio Vicenza. Scrive a questo proposito ancora Brera: “Lascia perplessi il fatto che la nuova associazione non venga affiliata alla FIGC bensì alla Federginnastica. I confini fra le varie discipline non sono ancora ben definiti, e si sa che la ginnastica è la madre di tutti gli sport (come l’ozio è il padre di tutti i vizi). Negli anni che seguono hanno inizio i primi confronti con le squadre calcistiche delle città vicine (…): il campo da gioco è tracciato presso la palestra Santa Caterina”.
Tornando al nostro Oppi, lo vediamo dunque in campo per la sua prima e unica partita col Vicenza, contro la squadra allora rappresentante Padova, risultato finale 1-1.

Campionato Veneto 1905, ricordano gli annali. Difensore, specifica l’Almanacco di Vignoni.
“Non tutti sanno che il pittore era un grande sportivo, amante della competizione e desideroso di cimentarsi in varie discipline. Decisamente alto per la media dell’epoca, il suo fisico statuario era scolpito dalla pratica costante di boxe, atletica e calcio”, sottolinea Chiara Pesavento (guidaturisticavicenza.com).
La sua seppur unica presenza con la squadra del Vicenza lo legittima comunque ad essere ricordato come un giocatore biancorosso. Pochi anni dopo quella partita, il talento di Oppi si manifesterà con chiarezza. Non in ambito sportivo.
Il padre lo pensava al suo fianco nel commercio di scarpe, ma i viaggi per l’Europa di Ubaldo hanno fini ben differenti dalla gestione della attività di famiglia.
Nella Vienna di Klimt nel 1906, poi in diversi paesi del nord Europa fino ad arrivare a Parigi, nel 1911: “Cerca di ambientarsi frequentando i pittori italiani, tra questi deve aver di sicuro conosciuto Modigliani giunto nella capitale francese cinque anni prima, anche lui dalla provincia (…), ma (…) il giovane Oppi, a differenza del livornese, ha i polmoni sani e il fisico da atleta. Non ha certo il fascino del maledetto, semmai la bellezza di una statua classica, tanto che verrà soprannominato Antinoo. Una solidità fisica però, che ancora non compare nei suoi quadri”, riporta Silvio Lacasella (ildolomiti.it 29 luglio 2024).
“A Oppi furono sufficienti un paio di decenni per lasciare nel frastagliato panorama artistico italiano un’impronta nitida e riconoscibile. Anni all’incirca compresi tra il 1910 e il 1932, specificarlo è importante. Tant’è vero che, quasi sempre, i suoi dipinti sono i primi ad essere scelti e riprodotti quando si vuole rievocare, attraverso poche immagini, il clima culturale del tempo in cui egli operò”, sintetizza con efficacia ancora Lacasella.

Tra il 1910 e il 1932, anni intensissimi. L’affermarsi come artista e quasi assieme la guerra, vissuta sul campo di battaglia: sul Pasubio e sulle Melette dell’Altopiano, più volte ferito e infine prigioniero nel campo di Mauthausen (luogo di detenzione anche nella Grande guerra). Il ritorno da reduce, un rinnovato successo come pittore, accompagnato dall’essere destinatario di sgarbi e gelosie che mai si negano a chi dà netta dimostrazione del talento avuto in dono.
“Gli ultimi dieci anni dell’artista, raccontano del suo isolamento. Una sorta di ripensamento mistico della vita, che lo avvicinerà alla pittura religiosa. Molte pale d’altare gli verranno commissionate dopo che, nel 1932, otterrà l’incarico di affrescare la Cappella di San Francesco nella Basilica di Sant’Antonio a Padova (1932). L’impresa più impegnativa, però, sarà quella compiuta all’interno della chiesa di Santa Maria a Bolzano Vicentino (1934-35), dove, ancora una volta, trova il modo di inserire, nello sfondo ma ben visibili, due sue amate montagne, il Pasubio e il Summano: ‘Bisogna venir qui, nei paesi lontani da ogni tumulto, a trovare una chiesa dove poter richiamare dal cielo i santi e gli angeli’ “, sempre con le parole di Lacasella.
Trarrà senz’altro soddisfazione l’appassionato di calcio, interessato alla storia dell’arte, nel sostare a Bolzano Vicentino per ammirare la maestria dell’Oppi maturo.
Scoppia la Seconda guerra mondiale, Oppi ha cinquant’anni ma – col grado di tenente colonnello degli Alpini – è inviato a Lussinpiccolo.
L’immagine, la suggestione, sono quelle effuse, prima che dal talento del Campione, dal carisma del Capitano: che si spende per senso del dovere, e anche se le forze gli vengono meno non si sottrae all’ineluttabile, qualsiasi qualifica di valore esso venga ad assumere.
Con la salute compromessa, viene congedato.
Erano oramai i minuti finali, per Ubaldo Oppi.
Morì a Vicenza, il 25 ottobre 1942.

