Figurine biancorosse: Ferruccio Valcareggi
note di Paolo Paiusco
Vi è stata una generazione di ragazzi, identificabile in quella dei nati tra gli anni Sessanta e la fine dei Settanta (la Generazione X, riferisce chi si esprime con dimestichezza in tali questioni), che è cresciuta innamorandosi della Nazionale di calcio italiana.
L’amore sportivo per la nostra rappresentativa fu determinato – in essenza – dal fatto che gli Azzurri seppero tornare, dopo tanti anni, ad entusiasmare e ad appassionare. Alla conquista per la seconda volta della Coppa Rimet nel 1938, infatti, erano seguiti anni cupi e tragici con lo scoppio del Secondo conflitto mondiale; sportivamente, si erano poi vissuti nel dopoguerra lustri scarni di soddisfazioni, culminati nella assai amara eliminazione dal Mondiale del 1966 per la sconfitta contro la Corea del Nord.
Dino Zoff, il capitano della Nazionale di Bearzot, che solleva la Coppa del Mondo nel 1982, raffigura l’immagine più fulgida del culmine della rinnovata passione dell’Italia per il calcio: una immagine che idealmente si compone, come un mosaico, di tessere che cominciarono ad incastonarsi una quindicina d’anni prima. Con un altro CT in panchina.
Ferruccio Valcareggi nacque a Trieste il 12 febbraio 1919.
Gioca con la Triestina, la Fiorentina e poi il Bologna, passando per la Milano rossonera, tra il 1937 e il 1947; in mezzo la guerra, che devasta il nostro Paese e determina la sospensione del campionato nazionale di calcio: il Torino si aggiudica il titolo al termine del campionato 1942-’43 ma per le due stagioni successive non si giocherà per lo Scudetto.
Nel 1944 il sospeso campionato di Serie A è sostituito dal Campionato di guerra dell’Alta Italia, che sarà vinto dai Vigili del Fuoco di La Spezia.
E datata 1944 è la breve militanza in maglia rossonera di Valcareggi che, vincitore con la Fiorentina del campionato regionale, viene ingaggiato dal Milano, come autarchicamente era stata ribattezzato il Milan. Tra le undici partite in rossonero, un derby contro l’(altrettanto autarchicamente ribattezzata) Ambrosiana-Inter: “Durante la partita, con l’Arena zeppa di spettatori, suonano le sirene per avvertire del pericolo di un bombardamento aereo. Ma la partita prosegue, il Milan vince” (storiedicalcio.altervista.org, 9 febbraio 2016).
A Vicenza Valcareggi giunge nel 1948, proveniente dalla Fiorentina, in cui aveva giocato per un ulteriore campionato dopo le due stagioni al Bologna.

I biancorossi sono retrocessi dalla Serie A al termine del torneo giocato nel 1947-’48, disputano quindi il campionato successivo in Serie B.
Nella stagione 1948-’49 il campionato di Serie B tornò ad essere disputato con un girone unico, dopo che nelle post belliche stagioni precedenti era stato organizzato a gironi.
22 squadre in tutto, due promozioni e quattro retrocessioni.
Il Vicenza chiuderà il campionato classificandosi al 3° posto. Un piazzamento senz’altro di prestigio ma che non valse purtroppo la promozione, che conquistarono invece il Como (al primo posto in classifica con 60 punti) ed il Venezia (secondo a 52, un solo punto in più dei berici).
Valcareggi visse da protagonista la sua unica stagione in maglia biancorossa: “mezzala destra” (come da definizione dell’imprescindibile “Almanacco illustrato Vicenza calcio” di Vignoni), 39 presenze, 11 reti.
La stagione successiva il Nostro tornerà a giocare in Serie A, nuovamente in Toscana ma non con la Viola bensì con la Lucchese, mentre per il Vicenza dovranno trascorrere altri sei anni di “purgatorio” tra i cadetti prima di gustare un nuovo approdo nella massima serie (al termine del campionato 1954-’55, con l’innovativa e fortunata denominazione di “A.C. Lanerossi Vicenza”, a braccetto con i “cugini” biancoscudati).
Due anni a Lucca, per Valcareggi, poi in Serie B un campionato a Brescia e fine della carriera da calciatore al Piombino.
Il termine dell’attività agonistica coincide con l’inizio della carriera da allenatore: alla panchina del Piombino in Serie C presto si succederanno quella del Prato (promozione in Serie B e vittoria del suo primo Seminatore d’oro, premio assegnato al migliore allenatore in Italia), dell’Atalanta e della Fiorentina.
Nel 1965 entra nello staff tecnico della Nazionale; dopo la delusione dei Mondiali del 1966, succede a Edmondo Fabbri in panchina: per un breve periodo assieme a Helenio Herrera, dal giugno 1967 come Commissario Tecnico unico.

Gli Europei del 1968 e i Mondiali del 1970 sono le edizioni delle competizioni internazionali in cui l’Italia torna ad essere protagonista dopo decenni di delusioni. Nel campionato continentale, disputato in Italia, gli Azzurri conquistano per la prima volta il titolo, contro la Jugoslavia (fino alla vittoria della selezione di Mancini nel 2021 sarà l’unico Europeo conquistato dalla nostra Nazionale); nella Coppa del Mondo giocata due anni dopo in Messico la Nazionale di Valcareggi si arrende in finale solo al grande Brasile dell’immenso Pelè.
Ai Mondiali del ‘70 è indissolubilmente legato il ricordo di una partita divenuta leggenda: la semifinale, Italia-Germania 4-3.
Una partita che val la pena rileggere in sintesi. Tempi regolamentari chiusi in parità, dopo che l’Italia aveva sbloccato il punteggio a inizio gara con Boninsegna e i tedeschi avevano pareggiato al 90’ con Schnellinger. I tempi supplementari sono un ripetuto altalenio di emozioni: la Germania passa in vantaggio con Muller ma viene riacciuffata da Burnich e sorpassata da Riva; per l’Italia sembra fatta ma Muller pareggia con la complicità di Rivera. Che il minuto successivo ci riporta però in vantaggio, regalandoci infine una vittoria incredibile nel succedersi di gol, di gioia e di disperazione e di felicità che l’hanno, soprattutto in fine, determinata.
“Fu una partita ad altissima tensione emotiva, ma forse sopravvalutata nel tempo per l’alternanza di gol ed emozioni. Pensa, allo stadio Atzeca di Città del Messico hanno messo una lapide per ricordare quell’incontro. Per me, invece, dal punto di vista tecnico non fu un incontro eccezionale. Non giocammo bene, eppure quell’incontro è rimasto impresso nelle menti degli appassionati. Le mie Nazionali hanno giocato partite di livello superiore”, tornò tuttavia a osservare con lucidità Valcareggi in un intervista a Massimo Del Moro per Il Tirreno del 6 giugno 2002. Per poi sottolineare che “le due partite più belle della mia gestione sono state la seconda finale europea con la Jugoslavia (terminata 2-0 con reti di Riva e Anastasi, dopo l’1-1 ai tempi supplementari della prima finale giocata due giorni prima, all’epoca non si andava ai rigori n.d.r.) e l’1-0 con l’Inghilterra nel novembre 1973: vincemmo con un gol di Capello, era la prima volta che la Nazionale batteva gli inglesi a casa loro”.
La prima vittoria azzurra a Wembley bissava il successo ottenuto cinque mesi prima a Torino (2-0, gol di Anastasi e ancora Capello).
A Valcareggi nel 1973 fu assegnato un secondo Seminatore d’oro.
L’esperienza sulla panchina della Nazionale finisce con la delusione ai Mondiali del 1974 in Germania, con l’eliminazione al primo turno (vittoria 3-1 contro Haiti, pareggio 1-1 con l’Argentina e sconfitta 1-2 decisiva dalla Polonia).
Gli sportivi italiani avevano preso affettuosamente a chiamarlo “zio Uccio”: e tale era considerato anche quando si presentava da avversario con le squadre di club che successivamente si trovò a guidare (Verona soprattutto, ma anche Roma e infine Fiorentina).
“Zio Uccio. Ecco: Ferruccio Valcareggi fu per davvero uno zio per il nostro pallone. Uno zio buono, mai banale, che sapeva dare un senso al gioco e alle parole. Uno zio che, con il suo sorriso lieve, illustrò, con capacità ed eleganza, quel calcio romantico, quel calcio “mistero senza fine bello”. Quel calcio che è la nostra nostalgia, il nostro rimpianto” nelle parole di Darwin Pastorin (come riportate da storiedicalcio.altervista.com, cit.).
Epoca assai diversa da quelle a seguire, visse “zio Uccio” Valcareggi; una epoca in cui il commissario tecnico della Nazionale poteva essere visto appunto come uno zio, o un padre di famiglia, come nel caso di Enzo Bearzot (all’amico lettore, inevitabilmente un po’ attempato, la libertà di trovare nei successivi CT di stampo affine, quali Azeglio Vicini e Cesare Maldini, le caratteristiche più da zio o più da padre).
Lontani ancora i tempi dei “profeti” in panchina, e in special modo sulla panchina azzurra: ecco, non fu di certo un profeta, Valcareggi, quanto piuttosto un umile lavoratore nella vigna, volendo fare un paragone con richiami teologici, senza intenzione d’apparire blasfemi.
Da “umile lavoratore del pallone” se ne andò, il 2 novembre 2005, gli ultimi anni più legato e considerato alla Settignanese (che ha sede nei pressi di Coverciano) che dalla FIGC, che del resto l’aveva da tempo congedato.
Ma se i “profeti” (o presunti tali) possono forse lasciare un più o meno evanescente credo, gli “umili lavoratori” di certo il concreto esempio.
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