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Figurine biancorosse: Andrea Mantovani

Scritto da Paolo Paiusco

Figurine biancorosse: Andrea Mantovani
note di Paolo Paiusco

 

Sciami di bambini che inseguono un pallone, se lo contendono divisi in squadre indistinte giacché ognuno indossa i vestiti con cui è andato a scuola. Giubbotti e cartelle a fare da pali delle porte, ogni tanto una mamma richiama qualcuno ad altri doveri, ogni tanto qualcuno si aggiunge arrivando da altrove. Le partite hanno un tempo indefinito, o quantomeno imprecisato, un tempo che pare tendere all’infinito. L’aria che si respira sa di spensieratezza e felicità.

A evocare indirettamente il ricordo di questa atmosfera, dal sapore vagamente neorealistico, è un libro scritto da un ex calciatore classe 1984 che a Vicenza ha giocato in due distinti, seppur contigui periodi.

Andrea Mantovani è nato a Torino il 22 giugno 1984, e granata è il colore della sua appartenenza calcistica dall’infanzia all’età adulta: col Torino giocherà dalle giovanili sino in prima squadra.

Da calciatore professionista – ruolo difensore – indossa diverse maglie (Triestina, Chievo, Palermo, Bologna e Perugia, oltre a quelle del Torino e del Vicenza), per oltre tre lustri calca prati soprattutto tra Serie A e Serie B, per un totale di quasi 400 partite.

Significativa l’esperienza anche con la maglia Azzurra: la indossa dalla rappresentativa Under 15 sino all’Under 21, conquistando (da capitano) nel 2003 il titolo europeo con l’Under 19.

A Vicenza Mantovani giunge una prima volta per disputare la stagione 2015-’16, proveniente dal Perugia. Con Pasquale Marino in panchina, i biancorossi sono reduci da un campionato brillante, che li ha visti lottare per i primi posti della classifica: non è purtroppo favorevole l’andamento del campionato successivo, che vedrà la squadra doversi guardare le spalle per evitare la retrocessione invece che puntare alla massima serie.

A Marino in primavera succede Lerda, il Vicenza rimarrà in Serie B; Andrea Mantovani ha nel frattempo concluso la sua prima esperienza con la squadra berica disputando in totale 17 partite in campionato fino a gennaio 2016, quando è passato al Novara.

Si è interrotta nel corso del campionato, dunque, la permanenza in biancorosso del nostro protagonista di puntata, che tuttavia tornerà a vestire la maglia del Vicenza un paio d’anni più tardi, dal Novara ritornando.

Nella stagione 2018-’19, infatti, Mantovani è nuovamente a Vicenza, Serie C.

La società ha vissuto le dure vicissitudini del fallimento ma riparte con nuova forza societaria (è la prima stagione della presidenza Rosso) e rinnovate ambizioni di alta classifica (allenatore Giovanni Colella).

Non sarà un campionato facile: Michele Serena subentrerà a Colella in panchina, i biancorossi si qualificano per i play off (con Colella nuovamente in panchina) ma vengono eliminati dal Ravenna. Non è ancora tempo per risalire in B.

Per Mantovani sarà l’ultima stagione da calciatore: 21 presenze in campionato, ed 1 gol.

La conclusione della carriera da calciatore per Mantovani rappresenta, usando una espressione metaforica che può apparire scontata ma non è nello specifico banale, la fine del primo tempo del suo vivere l’amore per il calcio.

La medesima serietà e applicazione –  e quindi appassionata  professionalità – che metteva in campo da calciatore, infatti, viene riversata nel secondo tempo di Mantovani persona.

Commentatore per Raisport e scrittore di calcio, allora, con la pubblicazione del libro “Diventa un campione. Guida per giovani calciatori e le loro famiglie”, scritto con la collaborazione di Giulio Dispensieri e impreziosito dalla semplice ma partecipata prefazione di Stefano Bizzotto; il volume è uscito lo scorso anno, è stato pubblicato in proprio ed è reperibile su Amazon.

In un articolo di Pino Lazzaro, uscito sul magazine dell’AIC Associazione Calciatori lo scorso novembre, troviamo traccia e sintesi essenziali per incuriosirci alla lettura del libro e ripercorrere la storia di calcio e di vita dell’autore.

Che da ragazzino giocava a calcio ma gli piaceva molto anche fare karate; che da giovane tifa Milan ma da torinese tiene più alla riconoscenza per il Toro che alle lusinghe del Tottenham; che da “grande” non dimenticherà di avere raggiunto le soddisfazioni più belle avendo saputo imparare anche dalle esperienze più brutte.

“Tutti i grandi campioni hanno cominciato nello stesso modo: con un pallone tra i piedi e un sogno in testa. In cortile, su un campo sterrato, in un parco o tra i mobili del salotto. Il calcio nasce spontaneo, libero, senza schemi, senza pressioni. E’ istinto, gioia pura. Ecco perché il primo passo non è pensare al futuro, ma innamorarsi del presente”, scrive Mantovani all’inizio del suo libro: “Se hai 6,7 o 10 anni e ami il pallone, il tuo compito è uno solo: giocare, divertirti, imparare e migliorare poco a poco, ogni giorno. Non c’è bisogno di pressioni, di classifiche, di confronti. Il vero motore della crescita è il divertimento. E solo se ti diverti continuerai a giocare e a migliorarti”.

 

Mantovani ha due figli: la premura del genitore, espressa con discrezione, dà un senso più partecipato al suo raccontare.

“Ho ripescato pure aneddoti su lezioni che ho ricevuto, quel che ho imparato, le sconfitte e le delusioni, con pure il contributo di compagni, tra Nazionali giovanili e club: Chiellini, Pellissier, Pazzini e Balzaretti. Anch’io ragazzino, tanti i sogni e tanti gli ostacoli, cercando di far capire che impegnandoti per bene in quel che fai, puoi farcela. Il che vuol dire che non è detto che sia Serie A, ma che certo cresci e ti formi come persona”, riporta Mantovani a Lazzaro.

 

La meraviglia di vedere avverato il sogno di diventare calciatore è rivissuta con pienezza nelle pagine di Mantovani. Così come l’ineluttabile momento in cui il sogno ha un termine: l’ultimo campionato, l’ultima partita.

Per il Nostro fu a Vicenza, stagione 2018-’19, terza serie, come sopra ricordavamo.

Ne parla nel libro: “Tornavo a indossare una maglia gloriosa, a cui ero legato, per contribuire con la mia esperienza. La categoria non fu un problema. Sapevo che il Vicenza non era da Serie C. Mi colpiva però tornare a giocare in stadi piccoli, su campi che non avevano nulla a che fare con quelli calcati per tutta la carriera. Ma scendevo in campo con umiltà, serietà, voglia di dare l’esempio. Volevo essere un punto di riferimento per i più giovani, senza mai atteggiarmi, senza mai tirarmi indietro. Sentivo che mi stavo avvicinando alla fine, ma finché stavo bene volevo giocare e dare tutto. Fu una stagione positiva, anche se non riuscimmo a centrare la promozione. Durante l’ultima partita allo stadio Menti, davanti all’applauso della nostra gente, sentii un brivido particolare. Il mio inconscio si era accorto prima della mente: era l’ultima volta”.

 Il brivido particolare dell’ultima volta in campo, per il giocatore.

Ma – a sintetizzare in estremo quanto suscita il libro di Mantovani – altri brividi, altri applausi (oltre che difficoltà e delusioni) attendono la persona che vive con consapevolezza la propria quotidianità. Magari come una partita di calcio: uno sport, un gioco “che ti insegna a perdere, a rialzarti, a lavorare per migliorare”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Paolo Paiusco

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