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Demetrio Antonello: passo passo, l’esperienza viva e toccante di un sopravissuto.

Scritto da Federico Formisano

Demetrio Antonello è il direttore generale del Vicenza Fc, in passato ha rivestito un esperienza analoga con la Seraticense e prima è stato apprezzato allenatore dello Schio,del Cornedo, dello stesso Sarego. Insegnante di scuola, ha preso carta e penna ed ha raccontato la sua avventura fra diagnosi, medici ed ospedali. E’ un racconto dipanato come farebbe un mister che imposta la tattica della giornata. Oggi, comunque,  può raccontare la sua storia e noi siamo felici di ospitarla.

Demetrio Antonello ( foto Formisano)

 

Le esperienze belle o brutte vanno vissute, ingoiate e metabolizzate. Non ci sono possibilità di ritorno. Quando giocavo come portiere, una delle azioni incerte che mi accadevano (per incerto intendo un’azione imprevedibile, non decodificata, diversa quasi sempre per varie componenti che si articolavano in pochi secondi, come ad esempio la velocità dell’avversario nell’attaccare in porta, la posizione del campo di gioco dalla quale proviene l’avversario, se è contrastato o meno, ecc), era l’uscita uno contro uno. In pochi secondi la mia azione difensiva doveva prendere in considerazione tutti questi dati per agire, una scelta che fosse vincente: uscire a valanga? Fermarsi e attendere? Stare alto o basso? Attaccare con le mani o posizionarmi come i portieri della pallamano?… La decisione doveva essere presa e mantenuta, ma su questo concetto ci ritorno più avanti.

E’ andata così : giovedì sera, sintomi influenzali. L’indomani chiamo il mio medico di base: come da prassi mi prescrive un antibiotico e dice di monitorare la situazione per capire. La mente mi porta a considerare la zona di campo più pericolosa (avrò contratto il Covid ?), ma la speranza di deviare in zona sicura è ancora presente. Venerdì in serata le cose peggiorano : compaiono febbre e tosse.
Sabato le condizioni di salute peggiorano ulteriormente. Ma di sabato il medico non è in ambulatorio. Contatto e mi affido alla guardia medica. Non è facile telefonicamente ipotizzare una strategia difensiva efficace: mi dà solo suggerimenti generici, dice tutto e nulla. Rimango con molti dubbi sul da farsi, resto con la mia tosse la mia febbre. Arriva la paura di subire gol…
Prima decisione: Come uscire sull’avversario che mi sta puntando ?
Fare il tampone! Faccio più telefonate senza ricevere risposta. Forse il virus se ne va via per il weekend ? Una battuta : ma non ho molta voglia di scherzare.
Cerco una soluzione in internet, cerco informazioni su YouTube, leggo esperienze simili nel web. Ma com’è possibile che per proteggere la mia porta (= salute) io sia costretto a fare una ricerca in internet ?!? Subito penso a tutte le persone (ad esempio gli anziani) nelle mie condizioni che con internet non hanno dimestichezza : non possono nemmeno tentare di placare l’ansia con questo appiglio tecnologico.


Seconda decisione: Come uscire sull’avversario che mi sta puntando ?
Mi registro sul portale dell’Ulss 8 e trovo un posticino per il tampone lunedi, a Noventa Vicentina (io sono di Brendola). L’attesa è pesante. Fatto in breve il tampone, mi dicono che in caso di positività l’ospedale mi avrebbe avvisato subito. Invece aspetto la comunicazione via e-mail fino a giovedi. 4 giorni di tosse fortissima, mancanza di respiro, febbre . Ho il Covid-19. Normale aspettarsi indicazioni da bordo-campo: il mio medico mi dice di continuare la terapia già prescritta. Di nuovo il weekend; ma il virus non si prende riposo ? NO. Il virus punta palla al piede, è veloce, deciso, ha tecnica, è determinato, mi vuole fare gol. Sabato sera fatico a respirare.

Terza decisione : Come uscire sull’avversario che mi sta puntando ?
La guardia medica non sa cosa dirmi; mi consiglia l’ossigeno. E come me la procuro una bombola d’ossigeno di sabato sera?. Chiamo il 118. L’ambulanza arriva, (per fortuna non inseguiti dai negazionisti, anche perché avrei usato l’ultimo respiro per…) ; mi portano in un ospedale della provincia: visita veloce, oscultazione approssimativa dei polmoni. Non ci sono posti-letto. Alle 3 mi rispediscono a casa dicendo che non ci sono i presupposti per il ricovero.
Ma le cose peggiorano. Cosa devo fare ? Non voglio subire passivamente questa azione! Cerco altri numeri di telefono dedicati al Covid ma non risponde nessuno. Mi sento quasi in colpa a chiamare e risultare un piagnone. Non sono un piagnone. Scusate se disturbo, ma non respiro.

Quarta decisione: Come uscire sull’avversario che mi sta puntando ?
Sabato sera al limite dello stress e della resistenza fisica chiamo nuovamente il 118. Stavolta mi portano all’ospedale di Vicenza. Diagnosi polmonite bilaterale. Inizia la lotta con strategia mirata in Terapia pre-intensiva. 12 giorni di degenza.
Scruto con attenzione, ansia e speranza gli occhi dei medici e gli infermieri (vedo solo gli occhi). Li vedo determinati, hanno un protocollo da seguire, attaccano/staccano ossigeno con maschera livello 3 (l’ ho
chiamata così) è aderente, agganciata alla testa con due fasce. Non posso sdraiarmi altrimenti inizio a tossire in modo esagerato : impossibile dormire.
Strana partita : in quel campo (camera d’ospedale), ci troviamo in 4. I pensieri vanno a mille : quanto dura e come finirà la partita ? Nessuno riesce a parlare. Ci si guarda, qualcuno tiene gli occhi chiusi più a lungo
possibile, il clima è rassegnato, il silenzio mi deprime. Ognuno attende l’orario in cui entrano in campo i supporter, il personale medico e infermieristico. Entrano 3 volte al giorno in 6/7: devono lavorare uniti in
gruppo e concentrano gli interventi in quei tempi evitando accuratamente di andare in giro per il reparto in continuazione : non si espongono all’avversario, la prudenza è d’obbligo!. In queste mezz’ore fanno di
tutto: ci porgono oggetti, sono giovani, gentili, cordiali: sanno che è importante tenere alto il morale della squadra. Metà di loro ha avuto il Covid, ma non si sono dati per vinti e sono tornati in campo. I medici e gli
infermieri non sono angeli nè eroi. Sono professionisti seri e preparati. Rappresentano l’Italia che mi piace, che mi commuove, che è forte. E’ l’Italia solidale, che si allena quotidianamente con estrema responsabilità, con rispetto e correttezza. E’ l’Italia che non si arrende, che vuole vincere. Come a suo tempo hanno fatto in una partita diversa, Falcone e Borsellino. Certamente non è l’Italia di chi abbandona la nave con i passeggeri a bordo.

una scena da un Ospedale

L’azione continua e la mia salute peggiora, mi portano in Pneumologia: altro reparto barricato. Il virus è un avversario infido, gioca “sporco”. Lo chiamano proprio così: reparto “sporco”. Sono dipendente dall’ossigeno. Qui il tempo trascorre molto lentamente : lunghi giorni di silenzio, ma anche di lievi miglioramenti. Dopo tre giorni il primario mi dice: ” Signor  Antonello, se aspettava altre 24 ore avremmo dovuto intubarla ” Ho rischiato seriamente di perdere la partita. Mi sono sentito gelare. Ma mi viene in mente che ho scelto di uscire sul portatore di palla a valanga, (come era nel mio stile quando giocavo a calcio come portiere. Negli anni ‘80 si faceva cosi, ora ci sono altre strategie. Cercavo di uscire dall’area sperando che la palla si allungasse mezzo metro in più e in quel momento mi buttavo mani e viso avanti, mettendoci la faccia. Ancora adesso ci metto sempre la faccia), solo una volta sono uscito con le gambe “alla Garella”, risultato frattura tibia e perone , ma quella è un’altra storia.

Col trascorrere del tempo mi hanno tolto l’ossigeno i valori sono migliorati, ho iniziato a poter spostarmi dalla mia zona difensiva, a fare due passi pur se agganciato ancora al tubo dell’ossigeno. Poi me lo hanno allungato cosi invece di 2 metri potevo spostarmi di 4: finalmente potevo guardare fuori, vedere l’autunno, i suoi colori, il sole. Cercavo anche di comunicare con i mie compagni di stanza, ma percepivo che non ne avevano voglia. Con un signore, nonostante la mascherina, sono riuscito a fare due chiacchiere parlando della montagna a lui familiare, essendo di Asiago.
Finalmente una bella notizia : l’esito del tampone è negativo, ma la polmonite rimane i medici si concentrano sulla polmonite. Mi spostano nel reparto negativizzati per due giorni. Non sono ancora convinti per le dimissioni. Allora in un giorno mi fanno una lunga serie di controlli clinici. Mi affido totalmente alla loro sapiente strategia : sono esperti, hanno giocato molte partite…
Giovedi alle 20,00 il caporeparto entra inaspettatamente nella mia zona. Mi dice che in base agli esiti degli accertamenti clinici se voglio, posso essere dimesso dall’ospedale perché i valori degli esami permettono di continuare la terapia a casa. Hanno bisogno del posto-letto. Devo decidere in 5 minuti.  Posso cambiare  campo, ma devo farlo entro mezz’ora o l’indomani alle 7. Mi vengono a prendere, verso le 21.00 sono a casa
12 giorni difficili. Ho visto persone abbandonare il campo loro malgrado… cose molto tristi. Ma ho visto anche cose belle e importanti che certamente mi aiuteranno nel futuro.

Il giorno delle dimissioni con il saluto delle infermiere

Ora dovrò affrontare una lunga riabilitazione non solo fisica ma anche psicologica. Però sono stato fortunato.
La metafora della partita di calcio non vuole assegnare particolare merito alle mie scelte nel gestire la situazione. Questa esperienza mi ha portato a fare le seguenti considerazioni: è inammissibile che una persona col Covid (e come me altre), si trovino costrette al fai da te con febbre alta, a cercare spiegazioni dei propri sintomi in peggioramento in rete, o chiamando numeri verdi perennemente occupati, gestendo ansia, sentendosi isolata e disorientata. Ho sentito altre storie in ospedale, di persone che al telefono chiedevano disperate cosa potessero fare per il papà che stava male… Ho sentito la sorella di un malato che piangeva al telefono per non riuscire a ricevere un aiuto…
Si sapeva sarebbe arrivata la seconda ondata di contagi. Bisognava preparare il campo, fare un’accurata e massiccia campagna-acquisti di medici e infermieri nei mesi estivi. La difficile situazione sanitaria nella quale ci troviamo non proviene da un attacco inaspettato da parte di alieni: si conosceva il nemico e anche il periodo della comparsa.

P.s. Consiglio a chi è nella posizione di decidere, di pianificare, di programmare, di andare a rileggersi la favola scritta da Esòpo nel 600 a.C circa “La cicala e la formica”, potrebbe essere utile. Ringrazio pubblicamente tutto il personale dei reparti Covid dell’ospedale di Vicenza per la loro professionalità e umanità e un augurio a tutte le persone che in questo momento stanno soffrendo con i propri cari.

Demetrio Antonello

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Federico Formisano