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Omar Dal Maso: giusto un anno fa, il racconto di una tragedia sfiorata

Scritto da Omar Dal Maso
Giusto un anno fa.
Ore 17.50 di venerdì 20 marzo 2020. Venti, venti, venti.
Mi trovo a Santorso, al pronto soccorso Covid “inaugurato” da poco, accompagnato da un operatore che mi chiede di seguirlo all’esterno, invitandomi a camminare a distanza da lui e non una parola in più. Entro, lui saluta con un gesto della mano e torna sui suoi passi e mi si presenta di fronte un nuovo infermiere, almeno credo: è il primo “astronauta” dei tanti (e splendidi) che incontrerò da lì a 15 giorni. Sembra quasi di stare sulla luna: mi siedo, tampone naso/gola (il primo, di 5 che farò), “si accomodi di là”, attendo, arriva un radiografo portatile, flash, “i polmoni sono bruttini”, il primo senso di gelo, due ore di attesa seduto con altri due uomini, uno più giovane e uno più grande, e un anziano messo male su una barella.
Ore 20 circa, arriva una dottoressa, gentile: “la dobbiamo ricoverare di sopra”, chiedo dei risultati del tampone, “due giorni”, una carrozzina su cui sedermi, lo sguardo per la prima (di tre si vedrà poi) volta cade sul pavimento, mi sento precipitare, chiamo a casa, immagino cosa accadrà appena chiuso la chiamata, mi guardo intorno. Rivedo l’uomo steso sulla barella, ha la febbre a 39, e arranca togliendosi la mascherina e il tubetto alle narici. Capiterà anche a me? E per la prima volta mi manca il fiato.
Su in ascensore. Mi lasciano all’entrata del reparto, Covid-4, mi alzo e seguo un omone grande come me. Mi sento nudo, in tuta, in confronto a lui, bardato come un palombaro e impaurito, si percepisce la voce incerta, io sto zitto. Era al primo giorno in un reparto Covid, saprò poi, in un’ala appena convertita per i disgraziati incappati nell’incognita assoluta di un male senza cura nè risposte. Anche lui mi chiede di stare a distanza, mi meraviglio capisco, comprendo. Mi rassegno. Entro in una stanza, letto 145, che poi viene invertito per sbaglio in 146. Sarebbe una camera di urologia. E vabbeh. e checcazzo anzi. Ma va ben istesso. Ho la mia suite. La singola, almeno finchè si saprà se sarà sì o no, se sarò positivo o negativo al merdavirus, se sarà bianco o nero, se sarà un interruttore che spegne o accende alla luce. L’infermiere esce, lo vedo togliersi i guanti blu, e sotto un altro paio di guanti identici ancora. Mioddio, è davvero così devastante?. “Come ti senti”. Bene dico, ma non lo penso, perchè nel fisico ancora non vedo in ginocchio. “Cosa ti senti?”. Questo, ma ieri quello, l’altro ieri quell’altro. Ho due genitori anziani a casa, quando posso parlare, spiegare, cosa posso fare? “Tempo al tempo, stai tranquillo”. Buonanotte. Provo a dormire, ho il troppo tempo di pensare, forse mi agito.

una scena da un Ospedale

Lampada spenta, buio intorno, colpi di tosse lontano, poi come fossero a un nanomillimetro dal mio orecchio. Un urlo di una donna, capisco che nella corsia ci sono sia maschi che femmine, riesco a sentire ogni parola dal corridoio “giornalista”, “è giovane” e altro che non ricordo. Ogni rumore, ogni agonia che immagino nel letto a fianco ma mai su di me. Immagino anche l’inferno intorno, mi sento come lo studioso di squali calato nella gabbia di metallo nell’oceano, con il mostro che mi gironzola pregustando la preda, sapendo di poter distruggere ogni mia difesa. Forse conviene non sfidarlo, non guardarlo negli occhi, meglio chiuderli.
E’ notte. Attendo in dormiveglia. Sento caldo ma anche brividi. “Tenga su la mascherina per favore”, due volte. E mi chiedo il motivo, se sono solo in stanza, e se gli infermieri sono coperti. I filetti elastici della mascherina nera mi “rodono” dietro le orecchie. E’ il mio dolore (fisico) più grande lì per lì. Dove potrei averlo preso? Impossibile io. Alla pizza 12 giorni prima? Alla visita di mio padre in ospedale? Al supermercato? No, no, forse sì. Con un piede sveglio e uno addormentato comincio a cedere, a vedere infermiere in coppia entrare in stanza ogni 10 minuti, o così mi sembra, ad assopirmi e ridestarmi con il cuore in gola. Perchè continuano a entrare? Mi abbandono, ricordo poco ora, comincio a star male, sono circa le 3 di notte saturazione a 92 e battiti cardiaci 134 o 143, febbre boh, ma non è mai stata alta, me lo hanno garantito poi. Magari me lo sono sognato, ma è tutto impresso.
Roby che dice “dai va su va su” col saturimetro in mano e dice alla collega (o forse era la dottoressa di turno? Impossibile distinguere): “ma valo ben sto coso?” O qualcosa del genere. Vorrei ridere, ma arriva la maschera di plastica con l’ossigeno, e mi viene da piangere invece. Mi sento una aviatore con quel coso e, in effetti, il viaggio inizia, si decolla. Ora sono pronto, a tutto, equipaggiato anch’io. Primo step, ho ancora davanti un cpap prima dell’incubo di essere intubato ma so che nel caso ho fiducia. Mai paura! Oppure femo finta, che tanto conviene. Da qui il motto è “occhi lucidi e palle quadrate”. Che mi accompagnerà sempre e che mi porterò a casa e che vorrei ricordarmi nelle cazzate della vita di ogni giorno.
Questo è stato il mio primo giorno di Covid. Per qualcuno, qualche metro alle mi spalle, non so chi fosse, è stato il suo ultimo. Giusto, anche se ingiusto, già un anno fa. Mi risveglierà aggrappandomi alla speranza, sabato mattina, che quell’1% di possibilità di aver contratto una polmonite “per i cazzi miei” e non essere stato contagiato. “Bruttini”, mi rindonda nella mente quell’aggettivo espresso da un tecnico (giovane) che ha dissimulato un “rischi grosso”. Rimango aggrappato all’1%, poi si scatena il nero profondo del timore di non aver fatto abbastanza per difendere chi a cui tengo di più al mondo. Ma questa sarà un’altra storia, dal 3° al 14° giorno, devastante. Ancora penso all’1% facendo leva sui 9 giorni precedenti sempre a casa, ma preparandomi in caso contrario. Per fortuna, anche se non basta mai.
Questo fu il mio 20 marzo, sforato nel 21 in verità. Rivissuto un anno dopo. Di getto e senza filtri.
L’ingresso in quel club infetto e infausto a cui nessuno mai ha chiesto di essere invitato. Che per qualcuno ancora non esiste, è un’invenzione, è “macchinazione”, ed è questo qualcuno che vorrei ascoltasse il “file” ciò che ho sentito quella notte, più che riflettere su quanto letto. E si vergognasse un po’, e chiedesse scusa.
Omar Dal Maso
E questo è il nostro ricordare,  come hanno fatto altri  ben più degni di noi, che è passato un anno dai giorni più tristi….

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Omar Dal Maso