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Figurine biancorosse: Roberto Lerici

Scritto da Paolo Paiusco

Figurine biancorosse: Roberto Lerici
note di Paolo Paiusco

 

“Il carattere di Lerici è tipico dei loici. Ragiona su ogni cosa senza la spocchia o la presunzione del pignolo”.

Così Gianni Brera nel suo “Il calcio veneto” (uscito postumo nel 1997), a proposito dell’allenatore del Lanerossi Vicenza dal campionato 1957-’58 (nel corso del quale subentra a Giovanni Varglien) alla stagione 1960-’61, che lo vide a sua volta esonerato (fu lui stesso a consigliare alla dirigenza il suo secondo, Manlio Scopigno, come successore ideale).

Campionati di tutto rispetto, sempre in Serie A, per il Vicenza con Lerici in panchina. Una città, una società, una squadra che Lerici conosceva assai bene, perché – prima di esserne il brillante allenatore – dei biancorossi era stato un validissimo giocatore.

“Loico” Lerici, per Brera, che usa con raffinatezza un termine desueto in luogo del più scontato “logico”: una espressione che sa di omaggio ad un valente quanto presto dimenticato uomo di calcio, le cui gesta in terra berica val la pena alla memoria richiamare.

 Roberto Lerici sedette da mister della prima squadra a Vicenza poco più trentenne: era nato infatti il 30 aprile 1924 a Rivarolo (TO).

La carriera di allenatore intraprese al termine di quella di calciatore dopo aver contato quasi duecento presenze da professionista.

Converrà partire dalla fine, dall’esonero dalla panchina del Vicenza, e risalire a ritroso ripercorrendo gli anni che di Lerici segnarono il successo come allenatore e ancor prima il rispetto per una onesta carriera da calciatore professionista.

 L’esperienza nella panchina biancorossa termina al quinto campionato da tecnico, avvicendato dal suo secondo, Manlio Scopigno, che a sua volta dalla guida del Vicenza vedrà l’avvio di una carriera da allenatore tutto sommato breve ma indubbiamente memorabile, che culminerà con la vittoria dello storico scudetto col Cagliari nel 1970.

“Capitò che a Coverciano, durante un corso allenatori, (Scopigno) conobbe Roberto Lerici. Così sui banchi del Centro Tecnico nacque una bellissima amicizia, con alla base una profonda stima reciproca” riporta Giulio Giusti nel suo “Manlio Scopigno. Un filosofo in panchina” (2019, seconda edizione), che rappresenta il lavoro maggiormente significativo sulla figura del grande tecnico reatino (ne abbiamo ancor parlato nell’agosto scorso su queste pagine).

 

“Lerici era già un allenatore, in provincia era considerato una specie di mago”, continua Giusti, “per i suoi modi garbati era soprannominato ‘Frate Lerici’. La bontà non l’aiuterà nel prosieguo della carriera, quando provò a sedersi su panchine di peso, come quella del Napoli. Lerici godeva della stima della critica sportiva. Il suo massimo ammiratore era Gianni Brera, che nel 1975 l’omaggerà inserendolo nella lista dei personaggi a cui dedica il suo fondamentale ‘Storia critica del calcio italiano’ , lista in cui avrà l’onore di entrare anche Scopigno”.

 

Significativa questa sottolineatura: nel 1975 Brera dedica (anche) a Lerici il suo imprescindibile – per chi ama in Italia il calcio e la sua storia – lavoro, quando Lerici non era più considerato – comunemente – un allenatore di successo, i tempi del Vicenza erano passati e la sua fama era di fatto svaporata. Ma, evidentemente, non l’importanza del suo lavoro, della sua figura, nell’opinione di Brera.

 

Ritorniamo a Giusti: “Lerici, al momento del suo incontro con Manlio, stava ottenendo brillanti risultati a Vicenza. Poco prima gli era stato assegnato il Seminatore d’Oro, il premio più prestigioso per un allenatore italiano. Lerici era privo, però, di un valido assistente. All’inizio degli anni sessanta, pochi allenatori avevano un vice. Fu così, dopo aver conosciuto Scopigno, che Lerici chiese al suo presidente, l’ingegner Maltauro, di assumere questo giovane tecnico per prenderlo come suo collaboratore. Vicenza rappresentò la svolta per Scopigno: imparò tantissimo da Lerici e fu catapultato nel calcio che conta”.

 

Si intrecciano vita e carriere di Lerici e Scopigno (che sarà tra l’altro anch’egli premiato col Seminatore d’Oro nel 1967), s’intrecciano nel nostro racconto le pagine di Giulio Giusti e di Pino Dato, e dal libro su Scopigno dello storico del calcio toscano passiamo al volume che lo storico (non solo del calcio) veneto ha dedicato alla squadra biancorossa: “Storia del Vicenza. 1902-2002 I primi formidabili cent’anni” (2022, seconda edizione).

“Il Seminatore d’Oro – un premio allora molto prestigioso che ogni anno veniva conferito all’allenatore che aveva saputo lanciare giovani atleti di valore – fu dato a Roberto Lerici dopo il campionato 1960-’61”, scrive Dato. “Fu un riconoscimento meritato alla persona, ma indirettamente anche alla società che stava sorprendendo tutti mantenendo una squadra di provincia a questi livelli in Serie A”.

 

Senza aver intenzione di passare per filosofi spicci, consideriamo che, come nella vita, anche nello sport molto vi è di aleatorio, a determinare il passaggio dal successo al suo opposto (e viceversa, è evidente); e Roberto Lerici, Seminatore d’Oro 1961 all’inizio dell’anno seguente viene esonerato.

 Ancora Dato: “Quando si licenzia un allenatore che ha dato tanto alla società, come nel caso di Roberto Lerici, liquidato nel gennaio 1962, è facilissimo cadere nella depressione del rimpianto. Ma se si ha lo stellone, non succede. Niente rimpianti. Al massimo riconoscimenti postumi”.

Con efficacia cinico in questa sintesi, Pino Dato (cinico in senso filosofico, sia chiaro, a prescindere quindi dal senso con cui tale aggettivo viene comunemente adoperato).

Lo storico vicentino approfondisce poi l’analisi: “Ebbene, in via strettamente logica il licenziamento di Lerici dopo 22 giornate in quel disgraziato campionato non era logico. Per almeno tre motivi: non era logico licenziare, a Vicenza, un Seminatore d’Oro, non era logico licenziarlo dopo una campagna estiva di evidente debolezza, non era logico farlo a una dozzina di giornate dalla fine”.

 Dopo ottime stagioni per i biancorossi con Lerici, dunque, arriva un momento di crisi che vedono l’allenatore esonerato, nonostante la stima della tifoseria e anche della società. Sostituirlo non è facile: “Si potrebbe prendere un classico sergente di ferro, ce ne sono tanti in circolazione, ma la squadra non è abituata ai modi da caserma”, ritornando alla penna di Giulio Giusti. Ad aiutare a sbrogliare la matassa è lo stesso Lerici, “che molto elegantemente caldeggia il nome di Manlio per la sua successione, confidando al presidente Maltauro: ‘Manlio è l’uomo ideale, conosce i ragazzi ed è maturo per guidare la prima squadra’ ”.

 Come chiosa, le ulteriori belle righe del “cinico” Pino Dato: “Roberto Lerici non è stato fortunato perché non sarà più in grado nella sua carriera di mettere a buon profitto quei tre splendidi anni biancorossi e fu licenziato con un cliché da groppo in gola. Ma la vita è questa”.

Infine triste, ma a una vista d’insieme significativa e di successo, l’esperienza di Lerici allenatore del Vicenza.

Con lo sguardo volto a ritroso, andiamo all’esperienza significativa altrettanto come calciatore in biancorosso.

Tre campionati, 1950-’51, 1951-’52 e 1952-’53, sempre in Serie B, un totale di 104 presenze e 34 reti. Centrocampista, il ruolo con cui viene indicato nell’ “Almanacco illustrato Vicenza calcio” di Vignoni e Grazioli: un centrocampista con l’attitudine all’azione d’attacco, evidentemente.

Lerici sull’Almanacco di Sergio Vignoni

Alfredo Mazzoni allenatore nella prima stagione di Lerici a Vicenza, nelle altre due gli succede un futuro mito del calcio italiano: Fulvio Bernardini.

Dal punto di vista dei risultati, stagioni dignitose, concluse sempre a metà classifica, e propedeutiche al salto nella massima serie del 1955.

 A centrocampo Lerici compone “un bel terzetto”, nella definizione di Pino Dato, con Edoardo Dal Pos e Mario Caciagli: il primo“giocherà a lungo, e con profitto, nel Vicenza che andrà ad iniziare il suo ventennio di Serie A”, Caciagli sarà anch’egli allenatore stimato (viene ricordato con particolare affetto dai tifosi della Spal e del Padova).

In biancorosso la militanza calcistica più lunga, per Lerici, oltre la metà delle sue presenze tra i professionisti sono con la maglia del Vicenza.

 D’altri tempi può apparire ai nostri giorni la figura di Roberto Lerici:  centrocampista offensivo del Vicenza nei difficili anni del dopoguerra, giovane allenatore emergente sempre a Vicenza al termine della carriera in campo; modi garbati e gentili, signorile non solo nel sedere in panchina ma anche nel doverla lasciare.

 Confermando quanto si accennava all’inizio di queste righe, non appare improprio richiamarne il ricordo, a più di vent’anni dalla scomparsa.

Discreto (a maggior ragione, vien da dire)  negli anni di oblio successivi a quelli del successo, Roberto Lerici morì ad Atene, la città della moglie, nel 2004, i primi giorni di marzo.

 

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Paolo Paiusco

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