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Figurine biancorosse: Michelangelo Sulfaro!

Scritto da Paolo Paiusco

Figurine biancorosse: Michelangelo Sulfaro

note di Paolo Paiusco

 

“Michelangelo Sulfaro venne al Lanerossi nel 1973 e vi rimase per qualche anno anche dopo che io me ne fui andato. E’ strano pensare che due portieri ‘giochino’ nella stessa squadra quando la presenza in campo di uno implica necessariamente l’assenza dell’altro. Eppure di ‘Michele’ ho, in questo senso, un ricordo particolare”: la voce narrante è di Adriano Bardin, che nel suo“Ricordi biancorossi anni 60/70”, pubblicato nel 2022, disegna con le parole un ritratto garbato del suo compagno di squadra e collega di ruolo.

Sulfaro giunge a Vicenza proveniente dalla Roma, un anno come riserva di Ginulfi; il campionato precedente era alla Fiorentina, riserva di Superchi; con una discreta continuità aveva giocato, sempre a Roma ma in maglia biancoceleste, tra il 1969 e il 1971: due stagioni e 24 presenze a difendere la porta della Lazio.

Nato a Messina il 26 novembre 1946, era arrivato a giocare in Serie A nella Capitale dopo qualche anno in terza serie a Crotone e alla Sambenedettese.

 Secondo portiere ma con lo status da calciatore riconosciuto a tutti gli effetti: “Gli eroi della domenica amano la Porsche”, titola la rivista “Quattroruote” in un simpatico articolo pubblicato sul numero di novembre del 1972, articolo che ha a corredo due opposti schieramenti tra giocatori che guidano il modello coupè o la versione Targa della vettura della Casa di Stoccarda. Nell’undici che al volante corre in coupè troviamo Sulfaro; gli avversari in Targa hanno Zoff come estremo (ulteriore curiosità: Boninsegna centravanti “in squadra” con Sulfaro, Anastasi con Zoff).

Un secondo affidabile, Sulfaro, che alla sua prima stagione col Lanerossi scende in campo in dieci partite, dando il suo contributo al raggiungimento di una nuova salvezza per la nobile provinciale.

 

“Nel 1973 fui acquistato dal Vicenza”, con le parole del Protagonista di puntata, riportate da Andrea Castorina su messinatoday.it, 16 agosto 2021.
Inizialmente feci la riserva a Bardin, ma a dieci partite dalla fine diventai titolare. Eravamo ad un passo dalla retrocessione, ma fu l’inizio di una clamorosa rimonta. L’apice con il Milan che battemmo 2-1 a San Siro e io parai il rigore a Rivera. Riuscimmo a salvarci e io superai il mio record di imbattibilità. Quello è un periodo che ricordo ancora con tanto piacere. Lasciai Vicenza nel 1978, quando un certo Paolo Rossi iniziava già a far parlare di sé”.

 

Cinque stagioni in biancorosso, dunque, per Sulfaro e poche altre presenze dopo le dieci da nuovo arrivato: 4 nel 1974-’75 (terminato con la retrocessione), 5 in Serie B nel 1975-’76 (titolare Ernesto Galli, con Bardin trasferito al Cesena) e nessun’altra nei successivi campionati che lo vedono comunque nella rosa del Real Vicenza.

Il rigore parato a Gianni Rivera, lo spogliatoio condiviso con Paolo Rossi: simbolicamente, l’esperienza di Sulfaro in terra berica è segnata dall’incrocio diretto – da avversario, da compagno di squadra – con due dei campioni più grandi del calcio italiano.

 

Ma è tornando al ritratto tratteggiato dal Bardo che – al di là dei dati statistici – si può apprezzare più compiutamente il valore di Sulfaro come calciatore e uomo assieme.

“Un venerdì sera, dopo l’allenamento, l’allenatore Puricelli mi comunicò che mi sarei preso un po’ di riposo perché la domenica successiva, nella partita contro il Napoli, il titolare sarebbe stato Sulfaro”, continua nel suo ricordo Bardin.

“Il sabato tutta la squadra era, come di rito, in ritiro pre-partita all’Hotel Miramonti di Schio. Non riuscivo a dormire e mi rigiravo nel letto tormentato da un misto di delusione e tensione. Delusione per non poter essere in campo, tensione per il timore di non ritrovarmi nelle migliori condizioni per entrarci se fosse stato necessario. Verso le due di notte sento bussare alla porta.

– Bardo, ho una caviglia gonfia, domani non gioco di sicuro.

Era un passaggio del testimone a tempo debito, un segno di rispetto. Michele conosceva il suo mestiere e mi passava la palla al momento giusto. Toccava a me preparare la partita e una partita si prepara sempre il giorno prima”.

Lo stile del portiere-scrittore è sobrio, e le parole – in coerenza allo stile –  misurate: spicca perciò piuttosto nettamente il senso di rispetto (per il compagno di squadra e per il proprio mestiere) che il Baffo riconosce a Michele.

Portiere che, oltre a parare, sa “passare la palla” al momento giusto; riserva che per incarico deve farsi trovare pronto a subentrare repentinamente, ma che per ruolo è consapevole dell’importanza di “preparare la partita” sempre il giorno prima.

In parole povere, uno di cui fidarsi.

 

 

 

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Paolo Paiusco

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