Letture Mondiali. Su Bearzot
note di Paolo Paiusco
Secondo appuntamento di “Letture Mondiali”, la rubrica dedicata a possibili consolazioni letterarie per mitigare la delusione di vedere un Mondiale senza l’Italia a parteciparvi per la terza volta consecutiva.
Nel primo appuntamento, si proponeva la (ri)lettura di “Azzurro tenebra”, il romanzo in cui il grande Giovanni Arpino raccontò la disfatta della nostra Nazionale a Germania 1974; nel racconto, emergeva tra i protagonisti positivi il personaggio del Vecio, ovvero Enzo Bearzot, assistente dello Zio (il CT Valcareggi), che nonostante la sua visione e la sua saggezza comunque nulla poté per evitare la eliminazione al primo turno degli Azzurri.
Dopo il fallimento – conseguenza della stentata vittoria contro Haiti, del pareggio contro l’Argentina e della sconfitta contro la Polonia – Zio Uccio lasciò la guida della Nazionale; finì con un grande dispiacere la sua gestione, che ebbe tuttavia risultati di rilievo indiscutibile, che segnarono la rinascita azzurra dopo l’eliminazione ai Mondiali del 1966 (sconfitta decisiva contro la Corea del Nord): la conquista dell’Europeo nel 1968 a Roma, il piazzamento d’onore a Messico 1970 (secondi solo al Brasile del mito Pelè), la prima, storica vittoria contro l’Inghilterra a Wembley (14 novembre 1973, gol di Capello).
Dopo Valcareggi, un breve “interregno” con Fulvio Bernardini, quindi l’incarico a Enzo Bearzot. Che porterà a riaccendersi la passione per la Nazionale: anzitutto col Mondiale argentino del 1978, che gli Azzurri giocano da protagonisti (girone eliminatorio a punteggio pieno, battuta anche l’Argentina, poi campione, con gol di Bettega e quarto posto finale) e – chiaramente – col trionfo a Spagna ‘82 e la nostra Nazionale in cima al mondo per la terza volta dopo i lontani successi del 1934 e del 1938.

Un libro molto interessante per conoscere o riscoprire la figura del CT della nostra terza stella è quello di Gigi Garanzini, “Il romanzo del Vecio. Enzo Bearzot, una vita in contropiede”, uscito nel 1997 e una volta in più ristampato nel 2012 (Baldini Castoldi Dalai editore, pp. 192), a trent’anni dal leggendario trionfo culminato col 3-1 alla Germania (Ovest) nella finale del Bernabeu.
Altrettanto interessante, come riferimento bibliografico, l’articolo di Pino Lazzaro uscito ne “Il Calciatore”, la rivista della Associazione Italiana Calciatori, nel novembre del 1989 che – titolato “Cari i miei calciatori!” – riporta il colloquio tra il Vecio, che al tempo aveva l’incarico di direttore delle squadre Nazionali (ruolo, invero, più onorifico che di sostanza), e il Maestro, direttore in quegli anni della rivista stessa.
Da entrambi gli scritti citati emana “un buon profumo di bucato”, per usare le parole che Indro Montanelli usa, in prefazione al libro di Garanzini, a descrivere l’Italia, non solo calcistica, di cui Bearzot è “figlio” e di cui si ritrova, successivamente, a tramandarne lo spirito come “padre”.
Altri tempi.
Tempi differenti già sul finire del XX secolo, figurarsi a XXI secolo inoltrato. E quindi senza indulgere in eccesso alla nostalgia ma al tempo stesso convinti che sì, erano altri tempi, risentiamo alcune delle parole che disse il Vecio a Lazzaro riguardo, ad esempio, alla esasperazione “contemporanea”: “Basta vedere cosa capita in tribuna anche (o specialmente, secondo me) in quella d’onore se un arbitro sbaglia, che so, una rimessa laterale. (…) C’è da dire che una volta non c’era questo clima di tragedia che c’è adesso dopo una sconfitta. (…) Ora c’è tanta più esasperazione ed anche più attenzione. Vedi i falli di gioco: una volta sì che facevamo dei falli da far paura solo che tutto finiva lì e non erano certo tutti, come adesso, con gli occhi puntati”.
Nostalgico magari no, ma sentimentale indubbiamente, Bearzot: “Sentimentali si nasce. E a difendersi non si impara mai. Enzo Bearzot, il vecio, classe 1927, è un antico prototipo e col tempo non poteva che peggiorare” scrive Garanzini all’inizio del suo bel libro, che si snoda tra cronache, aneddoti e ricordi intessuti della confidenza e della complicità tra scrittore e patriarca (“Sì, patriarca mi piace. Corrisponde alla mia storia, all’atteggiamento che ho sempre avuto verso chi mi stava vicino. E all’entusiasmo con cui ho affrontato la mia professione sin dal primo giorno”, approvando Bearzot l’epiteto attribuitogli dall’amico giornalista).
Il libro di Garanzini racconta dunque della carriera e della vita di Bearzot, delle sue gesta in campo e delle sue vicissitudini in famiglia, della vita da allenatore e da CT, della passione per le buone letture e per la musica jazz.
Inevitabile, idealistico filo conduttore – o stella polare, a seconda delle sensibilità personali – è la vittoria al Mundial spagnolo, quella coppa alzata dal Vecio portato in trionfo dai suoi uomini.
Una vittoria degna di “una vita in contropiede” (come da sottotitolo del volume di Garanzini) vissuta però sempre “all’attacco” e giocata a “viso aperto”, per usare un lessico forse un po’ consunto, da vecchi cronisti sportivi, ma mai del tutto fuori moda.
Il Mondiale dell’82: la bellezza del ricordo o il piacere della approfondita conoscenza, a seconda dell’età anagrafica del paziente lettore.
Si superò il girone di qualificazione in maniera inversa ad Argentina ‘78: pareggi poco convincenti contro Polonia, Perù e Camerun, clima di poca fiducia quando di non aperta critica da buona parte della stampa e anche della Federazione, il successivo girone a tre – che avrebbe determinato la semifinalista – che ci chiama ad affrontare i campioni del mondo uscenti (con in più Maradona!) e il favoritissimo, grande Brasile di Zico, Falcao e Socrates.
Regolammo l’Argentina, la tripletta del ritrovato Paolo Rossi schiantò il Brasile e la semifinale con la Polonia parve, emotivamente, una passeggiata, non era più la Polonia che ci annichilì come descritto in “Azzurro Tenebra”: 2-0, ancora coi gol di Paolo Rossi.

In finale troviamo la Germania (Ovest) di Rummenigge, che in semifinale ha ribaltato ai supplementari la brillante Francia di Platini: e sarà trionfo. Una formazione che deve fare a meno di Antognoni, uno dei più talentuosi dei nostri, ma che Bearzot adatta in maniera coerente al suo pensiero, al suo metodo di gestione; e allora Bergomi Gentile Collovati e Scirea davanti al San Dino di arpiniana memoria, Bruno Conti e Cabrini dalle fasce a svariare, Oriali e Tardelli a impostare e tamponare, Paolo Rossi e Altobelli (che subentra a inizio gara a Graziani dolorante alla spalla) in attacco.
Una squadra che non si fa abbattere da un rigore sbagliato nel primo tempo e che nella ripresa colpisce a ripetizione i tedeschi: Paolo Rossi sblocca ma ancora attacchiamo; Scirea e Bergomi si passano la palla in area avversaria fino a farla giungere a Tardelli che raddoppia regalandoci l’immagine iconica della gioia dell’urlo dopo il gol; e ancora siamo in attacco, Altobelli fa 3-0.
Paul Breitner riduce le distanze ma la rimonta si ferma lì: “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!” declama Nando Martellini, il mitico telecronista della Rai, al fischio finale.
Per la terza volta, campioni del mondo!

E’ sportivamente un privilegio poter avere ricordo diretto di un Mondiale vinto, e non si può che pensare con tristezza al fatto che vi sono bambini e ragazzi che non hanno mai visto l’Italia non dico vincere ma addirittura partecipare ad un campionato del mondo.
Nostalgia e rimpianto, ma anche fiducia e speranza: come per il romanzo di Arpino, così per le pagine scritte su Bearzot il consiglio di leggere e letterariamente trovare consolazione alle delusioni calcistiche è rafforzato dal constatare che dagli esempi positivi si debba ripartire.
Si torni a studiare il Vecio, dunque: il metodo che usò nel costruire le sue squadre, il sentimento con cui diede forma alla nostra Nazionale tra le più amate (forse la più amata).
Tra l’altro, vi è nella già citata prefazione di Montanelli a Garanzini una divertente e sapida invettiva contro un CT che, per certi aspetti, visse calcisticamente agli antipodi, rispetto a Bearzot, cioè Arrigo Sacchi: “Personaggio che ho sempre cordialmente detestato, convinto com’era che la squadra fosse lui e non gli undici che, il più delle volte sbagliando, mandava in campo”.
Bearzot morì il 21 dicembre 2010, a 83 anni.
“Quella foto, lì con Zoff, Cabrini, Tardelli e Altobelli a portare la bara. Dentro Enzo Bearzot”, scrisse Pino Lazzaro sul Gazzettino, “in parecchi a definirlo come un padre, proprio tutti a sottolineare come fosse una persona perbene, quasi fosse un qualcosa d’altri tempi, non certo di questi almeno”.
Vien quasi da pensare che per ripartire è davvero necessario guardare avanti facendo tesoro degli errori; ma che sia altrettanto necessario, e finanche bello, attuare questo guardare avanti ritrovando memoria di come – e con chi – i successi vennero, facendoci provare sentimento, ancora intatto nel ricordo, di autentica felicità.
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