Per un bel ciclo di interviste ai mister (nate con il contributo di Sguardo Acuto, Giosuè, Paolo, Federico ) e iniziata con Cristian Dori (Junior Monticello), Marco Geremia (Stella Azzurra), Federico Sartori (Viatek) proseguita con Stefano Cesarano (V.Cornedo) e con Matteo Ambrosi (Barbarano) oggi tocca a Maurizio Renso mister del Bassan Team Motta!

Una clamorosa salvezza del suo Motta nel girone E di Seconda Categoria. Ci racconti le sue emozioni al termine dello spareggio vinto contro il Marola.
Al triplice fischio è stato impossibile trattenere l’emozione. In quel momento ho sentito tutto: la tensione accumulata, la fatica, la responsabilità e soprattutto l’orgoglio. Quando sono arrivato alla 19ª giornata eravamo in una situazione complicata, con una classifica che parlava chiaro. Oggi invece abbiamo scritto una pagina che rimarrà nella storia del Motta.
Lo spareggio con il Marola è stato una battaglia vera, una partita che ti toglie anni di vita. Ma vedere i ragazzi lottare su ogni pallone, soffrire insieme e poi esplodere alla fine è stato qualcosa che ripaga di tutto.
Per me questa salvezza ha un valore speciale: il Motta è casa mia. L’ho visto nascere, ci ho giocato, ho vinto due campionati con questa maglia. Tornarci da allenatore e riuscire a salvarlo in una situazione così difficile è stato come chiudere un cerchio.
Alla fine della partita ho guardato i miei giocatori e ho pensato: questa è la nostra vittoria, costruita con cuore, lavoro e appartenenza. È una di quelle emozioni che non dimentichi più.
Devo dire che delle tre salvezze ottenute con tre squadre diverse, l’ultima è quella che resta dentro. Perché non l’abbiamo solo conquistata: l’abbiamo strappata, insieme.

Che squadra aveva trovato all’inizio del suo mandato? E com’ è riuscito a risollevare i ragazzi e l’intero ambiente?
Quando sono arrivato ho trovato una squadra ferita. Venivano da una sconfitta pesante contro una diretta concorrente e il morale era sotto i tacchi. La classifica parlava chiaro: 8 punti in 19 partite, 44 gol subiti e solo 20 segnati. Numeri che raccontavano una squadra in difficoltà, sfiduciata e con poca convinzione nei propri mezzi.
La prima cosa che ho fatto è stata rimettere ordine: idee semplici, principi chiari, ruoli definiti. Ho chiesto ai ragazzi di ripartire dalle basi: compattezza, sacrificio.
Abbiamo lavorato sulla fase difensiva, perché per salvarsi serviva prima di tutto smettere di prendere gol.
Ma la vera svolta è stata mentale. Ho detto ai giocatori che non potevamo cambiare il passato, ma potevamo cambiare la storia da quel momento in avanti. Ho chiesto loro di credere in sé stessi e nel gruppo. E loro hanno risposto.
L’ambiente si è ricompattato quando ha visto una squadra che lottava, che correva, che non mollava un duello. Da lì è nata la nostra risalita. Non è stato facile, ma abbiamo trasformato la paura in energia e la sfiducia in identità.
Oggi posso dire che quei numeri iniziali non ci hanno definito: ci hanno motivato. E il gruppo ha dimostrato di avere valori veri.

C’è ancora spazio e tempo di emozioni e di persone di carisma nel nostro calcio. E’ stato difficile approcciarsi con uno spogliatoio che era sfiduciato dall’andamento della stagione?
Quando sono entrato nello spogliatoio ho trovato ragazzi delusi, appesantiti dai risultati e dalla classifica. Una squadra che aveva preso tanti colpi, non solo sul campo ma anche dentro è normale che la fiducia sia ai minimi.
Però è proprio in quei momenti che servono emozioni vere e persone di carisma. Io credo che il calcio dilettantistico abbia ancora un’anima: fatta di sguardi, di parole dette al momento giusto, di responsabilità condivise. Ho parlato ai ragazzi con sincerità, senza giri di parole. Ho detto loro che non potevamo cambiare ciò che era successo, ma potevamo cambiare tutto quello che sarebbe venuto dopo.
Ho chiesto una cosa semplice: fidatevi di me e fidatevi di voi stessi. E piano piano lo spogliatoio ha ricominciato a respirare. Con i miei collaboratori, Federico Padoan, Mauro Chiesa e Luca Bertorelle, abbiamo rimesso ordine, abbiamo lavorato con intensità, ma soprattutto abbiamo ricostruito l’autostima.
La verità è che non servono miracoli: servono persone che ci credono. E questi ragazzi, quando hanno capito che potevano rialzarsi, hanno tirato fuori un cuore enorme.

Mister Renso parla alla squadra prima della gara d’andata
Lei ha voluto prendersi una lunga pausa dal mondo del calcio. Ma all’improvviso arriva una telefonata e scatta qualcosa…e ha accettato. Aveva voglia di una grande sfida?
La verità è che non avevo programmato di tornare. Il lavoro mi aveva portato lontano da Vicenza e non avevo più il tempo per dedicarmi al calcio come volevo. Poi ho passato dei periodi importante in America, con mia figlia e mio nipote: un tempo che mi serviva, che mi ha fatto bene e che non avrei mai voluto vivere con la testa da un’altra parte.
Ero convinto che il calcio potesse aspettare, che fosse giusto mettere davanti la famiglia e il lavoro. Poi però arriva quella telefonata. Una voce che ti dice: Motta ha bisogno di te.
E lì scatta qualcosa dentro. Perché il Motta non è una squadra qualunque: è una parte della mia vita, è un legame che non si spezza.
Non so se cercavo una grande sfida, ma so che quella chiamata mi ha fatto sentire che era il momento di rimettermi in gioco. Di provare a fare la differenza in una situazione complicata.
Ho accettato perché certe responsabilità non le scegli: le senti. E quando ami una società come il Motta, quando fa parte della tua storia, non puoi voltarti dall’altra parte.
È stata una scelta di cuore, prima ancora che di calcio. E oggi posso dire che è stata la scelta giusta
E se non fosse stato il Motta – praticamente casa sua – sarebbe disceso comunque in campo?
Se devo essere sincero, no. Se non fosse stato il Motta, non sarei tornato in panchina.
Ha praticamente visto e vissuto un girone intero di seconda categoria. Com’è il livello del campionato? Ci sono giocatori validi che possono ambire ad un salto di categoria? Ha trovato squadre organizzate e interessanti?

Il livello generale della Seconda Categoria, parlando con onestà, è mediamente modesto. È un campionato dove spesso fanno la differenza la disponibilità, la mentalità e l’organizzazione più che la qualità pura.
Detto questo, nel nostro girone c’erano due squadre nettamente superiori alla media: Junior Monticello e Union Olmo. Parliamo di realtà strutturate, con idee chiare, ritmi diversi e giocatori che potrebbero tranquillamente stare in categorie più alte. Contro di loro si vedeva proprio un altro passo.
In generale posso dire che il girone mi ha dato la conferma che, anche in un campionato di livello medio, ci sono realtà che lavorano bene e giocatori che meritano attenzione. E che per salvarsi, come abbiamo fatto noi, servono rispetto, organizzazione e tanta fame.
Ora è tempo di riposarsi e di staccare la spina. Cosa c’e’ nel futuro di Maurizio Renso? Potrà continuare la sua avventura a Motta?
Adesso è giusto staccare un attimo, respirare e ricaricare le energie. Sono stati 4 mesi intensi, finita con una salvezza che vale come un’impresa. Ma proprio perché è stata così forte, sento che questo percorso non è arrivato al capolinea.
Il mio futuro? Io resto al Bassan Team Motta, qui c’è una società che non ti lascia mai solo, dirigenti che vivono la squadra ogni giorno e un gruppo dirigenti che ogni venerdì si ritrova a tavola insieme. Questo non è solo calcio, è appartenenza.
Continuare qui non è una scelta tecnica, è una scelta di cuore. Credo in questo ambiente, credo nelle persone che ci lavorano e credo che possiamo crescere ancora.
Quindi sì: la mia avventura a Motta continua. E ripartiremo con ancora più convinzione.
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