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Figurine biancorosse: Azeglio Vicini

Scritto da Paolo Paiusco

Figurine biancorosse: Azeglio Vicini
note di Paolo Paiusco

 

“Notti magiche, inseguendo un gol…”…

Si vela di una doppia malinconia il pensiero di ogni appassionato di calcio italiano con età anagrafica che gli conceda il ricordo dei Mondiali giocati in Italia nel 1990.

Doppia: per l’amarezza nel riandare alla sconfitta in semifinale ai rigori contro l’Argentina dell’immenso Maradona; per l’amarezza – quasi  ammantata di vergogna – del dover prendere atto che, per la terza edizione di seguito, non potremo fare il tifo per la nostra Nazionale ai Mondiali.

Ma mentre poco più di un mese fa abbiamo nuovamente mancato la qualificazione per una sconfitta ai rigori contro la Bosnia del quarantenne Dzeko, trentasei anni fa – sempre ai rigori – ci sfuggì la finale giocando contro la nazionale trascinata da uno dei giocatori più forti della storia del calcio.

 

Italia ‘90: arrivammo tristemente terzi, ma quella Nazionale ci fece sognare.

Ad allenarla, un ex calciatore del Vicenza.

 

Azeglio Vicini nacque a Cesena il 20 marzo 1933.

Centrocampista; più precisamente, mezz’ala.

Indossa la maglia biancorossa ventenne (Serie B, campionato 1953-’54), proveniente dal Cesena (dove ha giocato un ottimo campionato in Promozione l’anno sportivo precedente, culminato con il passaggio in IV Serie) che a sua volta l’aveva rilevato dalla società rossoblù del Cesenatico (Prima divisione).

 

Nella città berica Vicini rimarrà per tre stagioni in tutto: anni decisivi per la sua affermazione nel calcio che conta (col Vicenza otterrà la promozione e il successivo esordio in massima serie), e anni altrettanto – o forse ancor più – determinanti per le scelte sentimentali, e quindi di vita, che il giovane calciatore matura all’ombra della Basilica palladiana.

 

Estate 1953: “Con le mie belle valigie nuove arrivai a Vicenza, ignaro che quella destinazione avrebbe cambiato la mia intera vita e non solo sotto il profilo calcistico. Uscito dalla stazione ferroviaria, affrontai il bellissimo viale Roma: alberi secolari, verdi giardini e in fondo palazzi signorili. Ecco la sede del Lanerossi Calcio. Ad attendermi trovai il segretario Carlo Bon, che mi introdusse dal Marchese Roi, vicepresidente e responsabile tecnico, persona affabile che per mettermi a mio agio cominciò a parlare del porto canale leonardesco di Cesenatico. Mi regalò una coperta di lana (ovviamente Lanerossi…) con il disegno scozzese che ancora oggi tengo ai piedi del letto di casa”. Queste le parole, direttamente dalla voce del Protagonista di puntata, che furono raccolte dalla moglie, Ines Crosara, e da Gianluca Vicini (il minore dei loro tre figli) nel libro “Azeglio Vicini. Una vita in azzurro”, uscito nel 2016 (pp. 216, Pisa, Goal Book edizioni, 19 euro).

 

La prima stagione di Vicini a Vicenza si conclude con un totale di 11 presenze e 2 reti. A Fioravante Baldi in panchina, assistito da Berto Menti, succede nel corso del campionato Aldo Campatelli: l’ex bandiera dell’Inter condurrà il Lanerossi alla promozione al termine del campionato successivo, che sarà il primo dei venti consecutivi giocati dalla nobile provinciale in Serie A.

 

Vittoria in Serie B nel 1954-’55 collezionando 17 presenze e siglando 6 marcature: Vicini si sta rivelando calcisticamente da “giovane promessa” a “promessa mantenuta”, ma pur sempre giovane, e nello stesso anno della promozione in A consegue un’altra prestigiosa soddisfazione in maglia biancorossa. “Il torneo giovanile di Viareggio – cui oggi i club partecipano con la squadra Primavera – già allora era una manifestazione di grande prestigio, anche internazionale. Ero ancora nei limiti di età per prendervi parte e lo vincemmo battendo in successione Real Madrid, Fiorentina, Milan e Juventus… Da Viareggio tornammo in treno e ci venne detto che a Vicenza c’era grande euforia e saremmo stati accolti con entusiasmo. Scendemmo al binario e non c’era un cane, abbiamo avuto una delusione incredibile. Poi siamo usciti dalla stazione e rimanemmo impressionati: c’erano quasi ventimila persone, le avevano tenute fuori perché non ci stavano dentro! Tutto Campo Marzio e viale Roma erano pieni di tifosi, una cosa incredibile per quei tempi, ma credo irripetibile anche oggi. Una delle più belle soddisfazioni ed emozioni della mia vita”.

 

In quanto ricorda Vicini alla moglie e al figlio, il lettore (non solo vicentino) può – socchiudendo gli occhi – provare l’emozione che deriva dal successo sportivo, può sperimentare l’idea di come il calcio sappia genuinamente coinvolgere non solo gli appassionati, potendo far vivere alle persone, universalmente, una sensazione di felicità.

 

Stagione 1955-’56, terzo anno al Vicenza ed esordio in Serie A: “In casa, contro l’Inter, alla seconda di campionato. Perdemmo 2-0 con doppietta di Campagnoli. Ero così emozionato che non ho neanche particolari ricordi di quella partita. Penso però  di essermela cavata bene visto che nel resto della stagione ho giocato parecchio…(25 presenze in totale, nessuna rete, n.d.r.). Mi viene solo in mente che a guidare i neroazzurri era Campatelli, proprio l’allenatore che l’anno prima ci aveva portato in Serie A”.

L’autunno del 1955 è, sotto l’aspetto simbolico, periodo di svolta per Vicini calciatore e uomo. A settembre conosce la Serie A, a ottobre incontra la donna della sua vita. “Stavo andando allo stadio per l’allenamento, in compagnia di Bonci e Campana. Eravamo in piazza dei Signori quando vidi un gruppo di studentesse che ridevano e scherzavano; ne notai una bruna, snella e vivace: un ‘peperino’, che offriva delle caramelle Stratta alle amiche. Mi avvicinai e le chiesi: ‘E a me non ne dà?’. La risposta non fu quella che mi aspettavo. Si rivolse alle altre dicendo: ‘Chi è quello, cosa vuole?’. Una sua amica le spiegò: ‘E’ Vicini, un giocatore del Vicenza!’, ma la frase non ebbe alcun effetto se non un’alzata di spalle. Però non mi scoraggiai, nei giorni successivi feci in modo di farmi presentare e di conoscerla meglio(…)”. Meglio si conobbero, si sposarono qualche anno più tardi (l’11 giugno del 1958, nella chiesa di Santa Caterina) e rimasero insieme per tutta la vita.

In campionato il Vicenza terminerà la sua prima stagione nella ritrovata Serie A al nono posto; in panchina all’inizio l’ungherese Bela Guttman (già tecnico scudettato col Milan) avvicendato – in sequenza – da Berto Menti, Piero Andreoli e infine Giovanni Varglien.

Si chiude nella tarda primavera del 1956 la densissima esperienza, come abbiamo visto sia sportiva che di vita, di Azeglio Vicini al Lanerossi e a Vicenza.

Seguiranno sette stagioni a Genova, con la maglia blucerchiata, tutte in Serie A, e tre ultimi campionati a Brescia, tra Serie B e massima serie.

 La famiglia Vicini, tra Genova e Brescia, vede nascere tre figli (Gianluca, il co-autore del volume, si aggiunge a Manlio ed Ofelia); Azeglio e Ines diverranno poi nonni e alle soddisfazioni sportive non mancheranno le gioie anche nella vita privata.

 Da allenatore, Vicini inizia – trentacinquenne, appena terminata la carriera da giocatore – al Brescia ma presto entra a far parte dello staff tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

Estate 1968, l’Italia ha appena vinto gli Europei con Valcareggi CT: “Insieme a una selezione di 14-15 allenatori sono in stage presso il Manchester di Bobby Charlton e George Best. Ha organizzato Gigi Peronace, un manager scrupoloso e geniale. Ci segue Valcareggi, che mi avvicina dicendomi: ‘Sono solo, vieni con me in Nazionale?’.

La testimonianza di Vicini è riportata nel volume, a cura di Paolo Morelli e Luca Serafini, “Azeglio Vicini, un gentiluomo in azzurro”, pubblicato nel luglio 2008 (e venduto all’epoca come supplemento del quotidiano il Resto del Carlino).

Non si aspettava la proposta, il futuro CT: “Non ci avevo mai pensato. Mi piace subito il lavoro di gruppo, far crescere i giovani. L’anno dopo arriverà anche Bearzot. Sarò viceallenatore in cinque Mondiali: Messico ‘70, Germania ‘74, Argentina ‘78, Spagna ‘82, Messico ‘86. Inizio con la Juniores, poi l’Under 23 sperimentale. Nel ‘75 diventa ufficiale l’Under 21, ci resterò dieci anni e sarà il mio trampolino di lancio per le cinque stagioni di guida nella Nazionale A”.

 Dopo la conquista del terzo Mondiale in Spagna, l’Italia di Bearzot manca la qualificazione agli Europei del 1984 ed esce agli ottavi ai Mondiali del 1986; l’incarico di CT passa a Vicini, la cui Nazionale riaccende l’entusiasmo degli sportivi italiani: semifinale all’Europeo del 1988 (sconfitta contro l’URSS) e terzo posto a Italia ‘90.

Delusione bruciante per la sconfitta contro l’Argentina, per una delle Nazionali più amate, ma si riparte per qualificarsi agli Europei 1992. Una nuova delusione purtroppo ci attende; 12 ottobre 1991, a Mosca: serve una vittoria, attacchiamo ma si infrange sul palo il tiro di Rizzitelli, alla fine è pareggio 0-0. Azzurri eliminati dall’URSS e Vicini esonerato. Arriverà Sacchi.

 Dopo la Nazionale accetterà, per affetto, la panchina del Cesena in Serie B nella primavera del 1993, per condurlo ad una tranquilla salvezza. Il successivo accordo con l’Udinese dura il tempo dell’estate, ma nel mondo del calcio italiano rimarrà costante – seppur discreta – la presenza e l’attenzione di Azeglio Vicini (sempre ispirata dall’emozione del sentimento, oltre che dalla motivazione professionale): dirigente al Brescia, presidente dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio, presidente del Settore Tecnico della FIGC.

Fino agli “anni della…pensione”, come titola uno dei capitoli finali del libro scritto dalla moglie e dal figlio: “Quando posso, vado ancora allo stadio. Certo non faccio più le trasferte  di centinaia di chilometri in auto come una volta, quando giravo per studiare i giocatori. Ma a Brescia o a Cesena sono spesso alla partita, quasi sempre con Ines. Qualche volta vado anche a Vicenza: anche la città del Palladio mi è rimasta nel cuore e quando sono là per trovare i parenti di mia moglie mi fermo un giorno in più e vado allo stadio a vedere i biancorossi”.

Venne a mancare a Brescia, il 30 gennaio 2018. Tra le innumerevoli espressioni di cordoglio e commemorative del suo tratto umano e professionale assieme, appare piuttosto significativo il ricordo tracciato da Giovanni Malagò, allora presidente del CONI (così come riportato da Vanni Zagnoli nel sito assocalciatori.it 5 febbraio 2018):  “Vicini era un gentiluomo, in campo e fuori: ha lasciato in tutti gli amanti del calcio un ricordo indelebile legato ai Mondiali ’90 e a una Nazionale ricca di talenti cresciuti nella famiglia azzurra. Era un uomo d’altri tempi. Oltre a capacità da tecnico, aveva uno stile. La sua morte è una notizia triste, spesso si vedono allenatori che sono molto bravi ma che, ogni tanto, eccedono in certi comportamenti, mentre il loro esempio deve essere fondamentale. Su questo è stato un gigante”.

 Dopo Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot, e prima di Marcello Lippi, Azeglio Vicini avrebbe potuto essere ricordato come il CT dell’Italia Campione del Mondo. Una sorte affine a Ferruccio Valcareggi, un altro grande ex biancorosso di cui abbiamo tracciato il ricordo, sempre in questa rubrica, qualche settimana addietro.

Come a zio Uccio anche a zio Azeglio (come così, con identico affetto, ci vien da appellarlo) la sorte fu infine avversa: del resto la bellezza del calcio – di una partita di calcio – sta anche nella crudeltà del dettaglio (una grande parata, un’uscita sbagliata, un palo interno e poi gol, una traversa e palla sulla linea…e via così). Ma mentre a tutti i vincitori si riconosce il diritto di alzare il trofeo, è solo al cospetto degli uomini degni – sul campo vincenti o no – che ci si alza in piedi e si rende omaggio doveroso.

E tra essi, senza dubbio, vi è Azeglio Vicini.

La presentazione del Torneo Vicini con al centro il figlio di Azeglio e con dirigenti federali e del Vicenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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