Redazionali

Letture mondiali: azzurro tenebra di G. Arpino

Letture Mondiali. “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino

note di Paolo Paiusco

 

 Sono iniziati i Mondiali di calcio e – come più che risaputo – la nostra Nazionale non vi partecipa, per la terza edizione consecutiva.

Il dispiacere e l’amarezza non possono certo trovare consolazione altra che nella riscoperta dell’entusiasmo e della gioia per i gol e le vittorie degli Azzurri che in futuro (speriamo!) verranno: ma per nutrire il sogno di diventare campioni del mondo per la quinta volta siamo destinati, comunque, ad attendere almeno altri quattro anni. 

Inganniamo ed inganneremo metaforicamente l’attesa intanto seguendo, da amanti del calcio, l’andamento delle partite del Mondiale americano. Abbinandovi, magari, alcune letture che hanno attinenza sia con l’evento sportivo sia con la nostra Nazionale.

Nella prima puntata di questa rubrica si intende proporre alla (ri)lettura il romanzo di Giovanni Arpino “Azzurro tenebra”, pubblicato per la prima volta nel 1977 per Einaudi e più volte dato nuovamente alle stampe; una delle edizioni più recenti (2024) è di minimum fax ed è particolarmente apprezzabile perché arricchita da una prefazione di Massimo Raffaeli, una nota di Dino Zoff e un ricordo di Darwin Pastorin che contribuiscono a chiarire, rispettivamente, contesto storico, letterario e sportivo dell’opera e dell’Autore.

Un autore, Giovanni Arpino (1927-1987) che si può ritenere uno dei maggiori scrittori italiani contemporanei, a prescindere dal prestigio dei riconoscimenti conquistati (tra i principali, il Premio Strega nel 1962 con “L’ombra delle colline” e il Premio Campiello nel 1980 con “Il fratello italiano”); grande scrittore e – al contempo, e quasi incredibilmente – uno dei più grandi giornalisti sportivi, e non solo, del nostro Novecento (per molti anni a La Stampa di Torino, negli anni Ottanta a Il Giornale di Montanelli).

Venuto a mancare che sono ormai quarant’anni; e, a dirla tutta, non granché ricordato, tantomeno celebrato e forse ancor meno letto, come invece meriterebbe (almeno nell’opinione di chi queste righe scrive).

“Azzurro tenebra” esce a distanza di tre anni dall’anno in cui è ambientato: 1974, giugno, Mondiali di calcio in Germania.

L’azzurro del titolo è quello delle maglie della nostra Nazionale, vice campione del mondo in Messico nella edizione precedente e tra le favorite per la vittoria finale.

Ci troviamo nella lettura immersi tra Bassa Baviera e Baden-Württemberg, tra il Neckarstadion di Stoccarda e il castello di Ludwigsburg, dove è stabilito il ritiro dei nostri. I presagi del protagonista, il giornalista Arp, non si conformano al clima di ottimismo che si respira nell’ambiente sportivo italiano e il titolo delle pagine di Raffaeli in premessa – Descrizione di una disfatta – incorniciano in sintesi significativa sia il contesto generale in cui è ambientata la narrazione sia il contesto specifico del lavoro di Arpino.

 Caratteristica che rende particolarmente godibile la narrazione è la descrizione dei personaggi: calciatori e allenatori, giornalisti e dirigenti che, citati col soprannome, corrispondono a persone reali. E così come Arp è l’alter ego di Arpino, il Grangiuàn è Brera, lo Zio il CT Valcareggi, il Vecio è Bearzot (già nel 1974…), Giacinto è Facchetti, il Bomber è Gigi Riva, Giorgione è Chinaglia, Petruzzu è Anastasi, il Golden Boy è Rivera, il Baffo Mazzola e via così…persone e personaggi che si identificano (e saranno anche a posteriori spesso identificate) col soprannome portato nel romanzo.

Arp segue gli Azzurri per il suo giornale.

Da favoriti a falliti: il passo è breve e la rima è facile, quasi scontata.

Vittoria risicata nella prima partita contro Haiti, quindi pareggio sofferto con l’Argentina e la sconfitta – infine – con la Polonia ci condannano ad una (ai più) imprevista eliminazione al primo turno.

Le premesse per pronosticare l’insuccesso c’erano tutte, ed emerge nettamente nello svolgersi della narrazione: tuttavia vi era una patina di superficiale, e perciò poco fondato ottimismo che aleggiava in maniera pesante – più che eterea – nell’ambiente azzurro.

Arp fiuta l’insuccesso, ne condivide possibilità e consistenza con le persone più sagge e affezionate dell’ambiente, sia calcistico che giornalistico, ma alla fine – ovviamente – nulla può per evitare lo sportivo disastro.

 Non vi è propriamente un lieto fine, nel libro. Ma uno degli aspetti che fanno apprezzare questa opera è il vederla parte – con gli occhi degli appassionati del pallone –  di un insieme ulteriore.

E dunque dal disastro del Mondiale 1974 ci rimane – dal punto di vista letterario – un grande romanzo, che dallo sconforto ci introduce al riscatto, se consideriamo l’entusiasmo per come giocammo il Mundial argentino e la felicità che ci travolse a Spagna ‘82.

 “Il mondiale del ‘74 lo ricordo per quello che è stato, un disastro”, riporta Dino Zoff. Che, a non indifferente distanza di anni, considera ancora apprezzabile e attuale il romanzo: “Rileggendo Azzurro tenebra, trovo commovente che Arpino salvi dal disastro sia Giacinto Facchetti sia me (chiamandomi San Dino come da anni faceva sulla Stampa), e mi colpisce specialmente che abbia scelto come suoi interlocutori segreti, come personaggi positivi del romanzo, Enzo Bearzot, il Vecio appunto, e Carlo Parola, detto Gauloise per le sigarette che fumava”.

Carlo Parola, all’epoca allenatore della Juventus e – da calciatore – il leggendario autore della rovesciata per antonomasia: quella delle figurine Panini.

 A posteriori, dopo le tenebre teutoniche, il Vecio ci condusse alla riscossa e Arp non fu solo il cantore della disfatta.

Dal disastro delle mancate qualificazioni degli Azzurri di questi ultimi lustri sarebbe bello scaturisse un nuovo altrettanto grande romanzo, sarebbe bello ritornassimo protagonisti in campo fino alla finale.

Da amanti del calcio, quindi, gustiamoci – seppur con l’ombra del rimpianto – l’andamento del torneo mondiale: e, con un vocabolario a fianco (visto il raffinato stile, la scelta non superficiale di termini desueti, per i nostri giorni), gustiamo il bel romanzo di Arpino.

Consapevoli che come la Nazionale avrebbe bisogno di un nuovo Vecio, così la letteratura – per non parlare del giornalismo sportivo – avrebbero bisogno di un nuovo Arp.

Ancor più consapevoli che non si vedono e non si leggono, nell’immediato, l’uno e ancora meno l’altro.

Però consci – infine – che sarebbe sbagliato disperare, perché abbiamo nel ricordo esperienza che il calcio, la letteratura e la vita possono riservare gioie inaspettate.

Gioie che, se non faranno dimenticare le tristezze patite, di certo le porranno in secondo piano. Fino quasi a dissolversi, come tenebre colorate di azzurro alla luce di un nuovo mattino.

 

Questo articolo è stato letto 28 volte.

Sull'Autore

Paolo Paiusco

Visualizzazioni: