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C’è ancora speranza per il calcio italiano…

“C’è ancora speranza per il calcio italiano. La lezione arriva da due ragazzi di 13 anni”
A Zané, Diego Andrea Fontana e Mattia Gobbato hanno organizzato da soli un torneo che ha riunito decine di giovani e famiglie. Tre giorni di sport vero, amicizia e passione: è da qui che può rinascere il calcio italiano.

ZANÉ (Vicenza) – Mentre il calcio italiano continua a interrogarsi sul proprio futuro, tra delusioni della Nazionale e dibattiti su come ritrovare talento, entusiasmo e identità, la risposta potrebbe essere arrivata in modo del tutto inatteso. Non da un grande centro federale, né da un’accademia milionaria, ma da un oratorio della provincia vicentina.

Protagonisti sono Diego Andrea Fontana e Mattia Gobbato, due ragazzi del 2013 che, nell’ultima settimana di giugno, durante le vacanze estive, si sono semplicemente telefonati.

L’idea era tanto semplice quanto straordinaria. “Perché non organizziamo un torneo con tutti i nostri amici?”

Una proposta nata con la spontaneità tipica dei ragazzi, ma che in pochi giorni si è trasformata in qualcosa di molto più grande.

Con il consenso delle rispettive famiglie, Diego e Mattia hanno creato una chat coinvolgendo giovani calciatori provenienti da tutta la provincia di Vicenza. Sono stati gli stessi ragazzi a costruire le squadre, a coordinarsi, a trovare gli equilibri, a dare vita a un torneo che sarebbe poi diventato il 1° Trofeo Under 14 della Zané League.

Il passo successivo è stato contattare la Parrocchia Immacolata di Zané, che ha creduto immediatamente nel progetto mettendo gratuitamente a disposizione gli impianti sportivi.

Un gesto di fiducia che merita un ringraziamento speciale a Don Lucio, il quale ha compreso il valore educativo dell’iniziativa ancora prima del suo successo.

Da quel momento tutto è stato organizzato dai ragazzi. Calendario, squadre, regolamento, premi, accoglienza delle famiglie: ogni dettaglio è stato preparato con entusiasmo e responsabilità. Il risultato? Tre giorni di autentica festa. Non semplicemente un torneo di calcio, ma un piccolo esempio di comunità.

Sul campo si sono viste giocate di altissimo livello tecnico, ma soprattutto libertà di esprimersi. Senza schemi imposti, senza pressioni esterne, senza l’ansia del risultato. Solo fantasia, coraggio, creatività e voglia di divertirsi. Fuori dal rettangolo di gioco si respirava qualcosa che oggi sembra quasi raro.

Famiglie sedute insieme attorno a un’unica grande tavolata, bambini che tifavano per gli amici prima ancora che per la propria squadra, genitori capaci di applaudire tutti indistintamente. Era il calcio che unisce. Era il calcio degli oratori.

Era quel calcio di strada che tanti grandi campioni del passato continuano a indicare come il vero laboratorio dove nascono talento, personalità e fantasia.

Per anni si è detto che al calcio italiano manca proprio questo: meno strutture e più cortili, meno tattica precoce e più libertà di giocare. A Zané, per tre giorni, quel calcio è tornato a vivere.

E non perché qualcuno lo abbia programmato. Ma perché due ragazzi hanno avuto il coraggio di prendere il telefono, coinvolgere gli amici e costruire qualcosa che oggi rappresenta molto più di un semplice torneo.

Rappresenta una speranza. Una speranza che non riguarda soltanto il futuro della Nazionale, ma quello delle nostre comunità. Perché quando sono i giovani stessi a organizzarsi, a collaborare, a condividere responsabilità e a mettere al centro l’amicizia prima della competizione, significa che lo sport sta ancora svolgendo la sua funzione più importante: educare.

Il 1° Trofeo Under 14 della Zané League resterà certamente negli almanacchi per la vittoria della Fonta Squad, davanti a 7Kings, Fattorie, Selecao e Summania. Ma il vero successo è stato un altro.

A vincere è stato il calcio. Quello autentico. Quello che nasce dal basso. Quello che non ha bisogno di riflettori per lasciare un segno.

Forse, ogni tanto, per capire dove sta andando il nostro sport, bisognerebbe smettere di guardare gli stadi più grandi e iniziare a osservare i campetti degli oratori. Perché è lì che il calcio ritrova la propria anima.

E grazie a Diego Andrea Fontana e Mattia Gobbato, oggi possiamo dirlo con convinzione: Per il calcio italiano c’è ancora speranza. L’Italia c’è. E, silenziosamente, sta già lavorando per esserci.

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Giosuè Belardinelli

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