Panchine biancorosse: Fulvio Bernardini
note di Paolo Paiusco
Nuova stagione calcistica, col Lanerossi che – seppur nell’altalena dei risultati delle prime giornate – reclama un ruolo da protagonista nella serie cadetta, riconquistata con merito indubbio al termine del campionato scorso.
Fabio Gallo, confermato sulla panchina biancorossa dopo un torneo esaltante, con la promozione in Serie B conquistata alla sua prima stagione a Vicenza, è tecnico senza dubbio capace e vincente, e gli auguriamo ulteriori e ancor più
prestigiosi successi.
Il suo nome allunga la lista degli allenatori che hanno fatto la storia della società berica: professionisti che non necessariamente si sono affermati come mister di successo, che magari hanno conosciuto le loro migliori fortune alla
guida di altre compagini, ma che sono comunque meritevoli di un rinnovato ricordo: da parte dei tifosi del Lane, anzitutto, ma anche da parte degli sportivi appassionati di calcio in generale.
Tra essi, spicca uno dei maggiori protagonisti del calcio italiano di tutti i tempi: Fulvio Bernardini.
Anche in questa occasione, per i lettori più giovani questo nome può forse dir poco o nulla, tuttavia la figura di Bernardini ha attraversato con costanza – di fatto, senza significativa soluzione di continuità – le vicende legate al gioco del
calcio nel nostro Paese: da quando si affermò come calciatore negli anni Venti (diventando uno dei più riconosciuti fuoriclasse del pallone con le maglie di Lazio, Inter e Roma), passando per i successi come allenatore (spiccano gli
Scudetti conquistati alla guida della Fiorentina nel 1956 e del Bologna nel 1964) fino all’incarico di CT della nostra Nazionale dopo la gestione di zio Uccio Valcareggi.

Valcareggi
Un libro a guidarci: di Marco Impiglia, “Fulvio Bernardini. Il Dottore del calcio italiano” (pp. 508, Kollesis editrice, 2013), introduzione di Italo Cucci; un volume corposo, appassionante, scritto con stile, seguendo chiaramente
criteri di metodo storico-letterario, che rende la lettura piacevole in maniera particolare. Leggere questo libro è come leggere un saggio di storia contemporanea, in maniera indiretta, perché le vicende sportive e umane del Protagonista sono intrecciate al dipanarsi della storia del nostro Paese. Nel raccontare la vita e la carriera di Bernardini, nato a Roma il 28 dicembre 1905, ritroviamo difatti le vicissitudini dell’Italia nel periodo dell’immediato primo dopoguerra (“la resa dell’Austria nella Grande Guerra era stata firmata, molti bambini nascevano e si trovavano battezzati ‘Firmato’”), l’incarico di Capo del Governo a Mussolini nel 1922, la svolta autoritaria de 1925, le leggi razziali del 1938 e la vicenda tragica dell’allenatore dell’Inter (e di Bernardini) Arpad Weisz, ebreo ungherese di nazionalità cecoslovacca che morirà in campo di concentramento (e a cui ha dedicato un libro il giornalista Matteo Marani, “Dallo scudetto ad Auschwitz”); e poi ancora la guerra e il secondo dopoguerra, la miseria e la speranza, l’Italia del cosiddetto boom, gli anni Sessanta e infine i Settanta, fino alla scomparsa del Dottore del calcio italiano, nella sua amata Roma, il 13 gennaio 1984.
Fulvio Bernardini: calciatore talentuoso, uomo intelligente, persona brillante; laurea in Economia alla Bocconi, giornalista già durante la carriera agonistica (nel 1935 per Il Littoriale, allora diffuso quotidiano sportivo romano,
“cominciò a pubblicare una serie di articoli dal titolo ‘Il modernissimo giuoco del calcio del dottor Bernardini’, successivamente prese a scrivere per il Corriere dello Sport), studioso del calcio assumendo atteggiamento e metodo
critico e analitico; e insieme a tutto questo, e subito appresso, allenatore. “Chiamato a fare grande la AS Roma” nel campionato 1949-’50, ne esce deluso; torna a sedere alla sua scrivania di caporedattore al Corriere dello Sport
(“nessuno gli contestava la palma di critico più apprezzato dai lettori”) ma per poco: accetta a dicembre di guidare l’ambiziosa Reggina in Serie C, non ottiene i risultati sperati e a fine campionato se ne torna a Roma “consapevole di avere
tentato il possibile in un ambiente impossibile”.
Nel frattempo all’Associazione Calcio Vicenza, in Serie B dal 1948, “le cariche erano state rinnovate e il presidente eletto, Silvio Griggio, ex calciatore, aveva l’entusiasmo di un vicentino purosangue cresciuto a Corso San Felice”: la squadra è composta da molti giovani, e per la dirigenza vicentina Bernardini è il tecnico migliore per valorizzarli (“oggi possiamo dire fosse un po’lo Zeman dell’epoca”). I biancorossi nutrono ambizioni e il progetto con Bernardini è ben delineato: contratto triennale e Umberto Menti come collaboratore.
A Vicenza il nostro Protagonista prende casa in centro storico, assieme alla moglie e a Mariolina, la figlia più piccola (Clorinda, la maggiore, rimane a Roma con una zia): “La signora Ines si ambientò bene in una cittadina a misura d’uomo, tranquilla coi suoi ottantamila abitanti, la basilica palladiana scintillante di luminose armonie e il fiume Bacchiglione che le correva accanto. Nelle vie e nei cantoni pulsava ancora il piccolo mondo antico di Fogazzaro”.
Nella stagione 1951-’52 i ragazzi di Bernardini disputarono un buon girone d’andata, facendosi apprezzare dagli sportivi amanti del gioco elegante anche in trasferta; ebbero una flessione nella seconda parte del torneo, che conclusero
comunque a metà classifica, in decima posizione: 38 punti in 38 partite, 47 gol realizzati e 40 subiti.
Le premesse per giocare il campionato successivo nutrendo maggiori ambizioni furono frustrate dalla decisione del presidente Griggio di lasciare la società biancorossa per andare a Valdagno, al Marzotto.
La rosa a disposizione di Bernardini non fu rafforzata, gli obiettivi di puntare a posizioni di vertice vennero bruscamente ridimensionati: la prima parte della stagione 1952-’53 vide il Vicenza assestarsi a metà classifica.
Finché venne il 1953, l’anno della svolta per il tecnico romano: “Alla diciassettesima giornata, il 18 gennaio del 1953, il Vicenza perse a Monza. Ma il destino lavorava a suo favore. Alla stazione di Milano, s’incrociò con dei giornalisti toscani che ben conosceva, stavano andando a Como a seguire la Fiorentina. Dissero delle difficoltà dei viola, gli chiesero se era disposto ad allenarla. Bernardini rispose che la cosa lo interessava”.
Nello spazio di pochi giorni la Fiorentina ebbe un nuovo allenatore, col benestare del Vicenza, nella persona del suo nuovo presidente, Italo Festa: “il vicepresidente Sonda rilevò, invece, che il Vicenza perdendo il suo manager
riceveva un danno notevole, ragion per cui pretese una buonuscita di un milione di lire. Fulvio la tirò fuori dalle sue tasche senza battere ciglio, l’occasione d’allenare in Serie A essendo troppo ghiotta per lasciarsela scappare”.
A partire da Firenze, a partire dalla guida della Fiorentina, cominciò la carriera da allenatore di successo di Bernardini, e il lavoro di Impiglia ne rende conto in maniera piuttosto esaustiva, non risparmiando di soffermarsi anche sulle
delusioni e le amarezze che comunque ebbe il Nostro a vivere.

Bernardini
A Vicenza Bernardini lasciò la squadra decima, su diciotto, con 17 punti; lo avvicendarono prima Umberto Menti e successivamente Pietro Spinato, i biancorossi terminarono la stagione al dodicesimo posto. Anche per la
compagine berica sarebbero arrivate, nello spazio di pochi anni, rinnovate soddisfazioni: la promozione in Serie A e la ventennale permanenza nella massima categoria del calcio italiano.
Negli anni Settanta per un bambino appassionatissimo di calcio, come chi scrive queste righe, la figura di Fulvio Bernardini assumeva i contorni quasi mitologici, sportivamente parlando, tanto era il prestigio e quindi la deferenza ed il rispetto che per la sua storia, per le sue carriere gli si dovevano. Bernardini era infine il CT degli Azzurri!
Italo Cucci, nell’introduzione al volume di Impiglia, riporta alla realtà i ricordi idealizzati dell’allora bambino ed odierno scrivano, descrivendo Bernardini come “un innamorato che alla panchina della Nazionale c’era arrivato
vicinissimo più di una volta, e non ci s’era mai seduto perché tanti, nel
‘Palazzo’, non lo volevano.
I sinceri dicevano ch’era ‘scomodo’. I buffoni sottolineavano ch’era ‘rincoglionito’. Gli uni e gli altri non avevano mai posseduto tutta la sua generosità, la sua intelligenza, la sua classe, la sua conoscenza calcistica, la sua capacità di trattare del gioco del pallone non in forme meschine, banali, ma con cultura e – soprattutto – con straordinaria umanità”.
Non v’è troppo da stupirsi, se pensiamo all’ingrato evaporare del ricordo di altri uomini che, in differente misura, hanno segnato in maniera significativa la storia del calcio italiano, e di alcuni di essi abbiamo parlato in queste nostre più
o meno recenti note (il Vecio Bearzot in primis, ma anche il frate Lerici e il filosofo Scopigno, nomi che immediatamente vien da riportare).

Scopigno
Appare opportuno, allora, richiamare al ricordo di Fulvio Bernardini. Il pretesto è stato l’aver ripercorso la sua breve ma significativa esperienza sotto Monte Berico. Quella società, da lì a poco dopo averlo avuto come allenatore, diverrà la nobile provinciale del calcio italiano. Quell’uomo, successivamente a quella breve ma significativa esperienza, si consacrerà come uno dei padri nobili del calcio italiano. E davvero sarebbe un peccato lasciar sfuggire questo parallelismo, tanto alla memoria dei lettori più attempati quanto alla conoscenza dei più giovani appassionati di calcio.
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