Panchine biancorosse: Gigi Cagni
note di Paolo Paiusco
Nella prima puntata di questa serie di “note”, dedicata a figure di allenatori che hanno ricoperto l’incarico di guidare dalla panchina il Vicenza, si è ricordato Fulvio Bernardini, uno dei più grandi calciatori e successivamente uno dei più grandi allenatori della storia del calcio italiano.
La breve, in senso cronologico, esperienza in Veneto del “Dottore” rappresentò il passaggio ultimo verso la piena affermazione come mister, con gli Scudetti vinti con la Fiorentina ed il Bologna come espressioni più significative dei suoi anni di successo, la guida della Nazionale come ideale coronamento (ma non immune da amarezze, abbiamo visto) di una vita vissuta di calcio e per il calcio.
Il Protagonista odierno ha avuto una esperienza breve e tormentata alla guida tecnica dei biancorossi, segnata senza dubbio da buona dose di fortuna avversa; tuttavia si tratta di uno degli allenatori che, tra gli anni Novanta e il primo decennio del XXI secolo, hanno lasciato un segno non irrilevante nel nostro mondo del pallone, fino a centrare ulteriori, soddisfacenti obiettivi anche dopo l’incarico a Vicenza.
Parliamo di Luigi “Gigi” Cagni.
Bresciano, classe 1950, ricordato come calciatore soprattutto per la militanza nella Sambenedettese, oltre che per aver vestito la maglia della sua città.
“E’ ancora oggi il giocatore italiano che vanta il maggior numero di presenze in Serie B”, riporta in terza di copertina il libro che Cagni ha scritto e a cui queste righe faranno robusto riferimento sia nel tracciare dell’Autore il ritratto, sia nel riandare al ricordo della sua esperienza vicentina.
Il libro: “Rànget! Cinquant’anni a imparare dal calcio” (pp. 248, Giulio Perrone Editore, 2025).
Titolo significativo: “Arrangiati!”, l’esortazione, in madrelingua bresciano, che Cagni ricorda pronunciata dalla mamma e che, nello scorrere delle pagine del volume, rimane sottesa col valore – a seconda del contesto – di un simbolo, di un modello, fino quasi di un amuleto.
Significativo altrettanto il sottotitolo, con l’uso della preposizione “dal” a determinare senza alcuna possibilità di fraintendimento cosa rappresenti il calcio per chi il libro ha scritto: sta in questo “imparare dal calcio” la radice della profonda, dichiarata diversità (e, sportivamente, addirittura avversità) di Gigi Cagni con un collega come Arrigo Sacchi. Questa la interpretazione che chi scrive queste righe si sente di arrischiare.

Ma riavvolgiamo il filo.
Da calciatore Cagni esordisce neanche ventenne in Serie A col “suo” Brescia, 8 partite in tutto nella massima serie; tra i cadetti 483 presenze in diciassette campionati, soprattutto con la “sua” Sambenedettese.
Da allenatore lega il suo nome al Piacenza, che conduce in Serie A e in Serie A lo fa per più stagioni restare. Sfiora la panchina del Napoli e quella dell’Inter; quando si siede su quella dell’Empoli lo trascina alla sua prima, storica qualificazione in Coppa Uefa.
A Vicenza Cagni giunge nel corso del campionato 2011-’12, Serie B.
Subentra a Silvio Baldini, esonerato dopo un inizio campionato difficile (cinque sconfitte e tre pareggi).

Baldini a Vicenza
Sergio Cassingena presidente, Paolo Cristallini direttore sportivo, accordo trovato rapidamente:“l’ingaggio era per un anno con un buon premio salvezza. Mi sarei sistemato in Piazza dei Signori. Il centro tecnico era fuori città, a una manciata di chilometri da Vicenza (a Isola Vicentina e successivamente intitolato a Piermario Morosini, rimase il quartier generale dei biancorossi fino al termine della stagione 2017-’18, n.d.r.), e devo dire che era molto ben organizzato, quattro campi in erba e uno in terra rossa. Appena arrivo iniziamo col botto, un bel 2-1 nel derby col Verona, poi buoni risultati fino a Natale e dopo la ripresa”.
A inizio marzo del 2012 un brutto 3-0 subìto dal Varese costa a Cagni la panchina; non per decisione di Cassingena, spiega il mister, bensì di Cristallini, che lo avvicendò con Beghetto, allenatore della Primavera: “Probabilmente Paolo voleva gestire lui la squadra, senza troppe opposizioni da parte del mister, gestire a modo suo, tanto la società si vedeva salva”.
A fine aprile però viene esonerato anche Beghetto e il Vicenza, con Massimo Masolo nuovo presidente e Tiziano Cunico a condurre la trattativa come dirigente al posto di Cristallini, ritorna ad essere allenato da Cagni: “appena ripresi possesso del mio ufficio al Vicenza chiamai Cristallini e gli dissi che non volevo più vederlo in campo a parlare coi giocatori”.
Obiettivo, la salvezza; lauto il compenso, legato al raggiungimento dell’obiettivo: un milionecentosessantaquattromilatrecentottantasei euro.
I soldi, sì; ma anche l’orgoglio e la passione: “Ero tornato in uno stadio molto importante per me. Quello in cui avevo visto per la prima volta Paolo Rossi ragazzino e mi aveva fatto così tanta impressione. Era uno degli stadi italiani che mi davano più emozione. Stadio, pubblico e squadra”.
Le cose non vanno bene: la permanenza in B passa attraverso i play-out contro l’Empoli.
0-0 al Menti, al ritorno Vicenza in vantaggio 2-0 fino al 70’, in tre minuti i toscani però la riprendono (il pareggio condanna i biancorossi) ma non è finita: rigore per gli uomini di Cagni all’86’, Dossena respinge l’esecuzione di Paolucci.
“Poi la beffa: Maccarone in cavalcata solitaria al 94’ segna il 3-2. Dopo diciannove anni, torniamo in Serie C”.
La giustizia sportiva reintegrerà il Vicenza in Serie B, a seguito della condanna del Lecce per calcio scommesse, ma è il risultato conseguito sul campo che addolora Cagni: “Ancora oggi è tra le esperienze peggiori della mia vita calcistica (…). Quella sera, a casa, ho cenato con un bicchiere d’acqua (…). La notte non riuscivo a dormire. Ripercorrevo ogni singola azione, rivivevo ogni momento in panchina, dalla gioia alla frustrazione. Tre minuti per colare a picco. Tre cazzo di minuti. Una stagione sfumata. Poi verso l’alba mi è venuto in mente che era sfumato pure il milionecentosessantaquattromila”.
Altre panchine avrà Cagni, altri campionati, similmente, giocherà il Vicenza. La vita va avanti, anche per chi vive di calcio, ci mancherebbe: forza, coraggio, “rànget”!

L’impressione che si ricava dalla lettura di questo libro: che l’Autore è un grande, grandissimo appassionato del pallone, e la fortuna, il talento e la sua forza di volontà gli hanno permesso l’avverarsi del sogno di fare del calcio il proprio mestiere.
Una fortuna doppia, perché è stato per mestiere calciatore prima e allenatore poi. Un talento doppio, vien da aggiungere. La forza di volontà no: quella appare essere sempre la stessa, nelle diverse età del Protagonista.
Allenatore, in animo, Cagni lo è ancora oggi, a 76 anni compiuti.
Un uomo, anzitutto; e quindi un calciatore, un allenatore; come avrebbe, per circostanze meno favorevoli, potuto essere un operaio, un fattorino o un ragioniere: ma sempre, ed avanti a tutto, un uomo.
E la gioia per i successi è il sentimento puro che vale per il risultato conseguito “in sé” (ambizioni di alta classifica o obiettivo salvezza che sia). Altrettanto puro è il sentimento del rammarico, del dispiacere “in sé” per la sconfitta, le occasioni perse o mancate, i fallimenti sportivi: sia che si tratti il veder sfumare l’incarico alla guida di squadre da scudetto (ricordiamo che fu, tra le altre, vicino alle panchine dell’Inter e del Napoli), o di esoneri come quello a Verona, o la retrocessione con l’amatissimo Piacenza.
O che si tratti del campionato finito male al Vicenza.
Immediatezza e profondità, nel libro di Gigi Cagni.
Diretto, sincero, senza ipocrisie.
Nel parlare della sua vita da bambino, povera eppure non immune alla felicità, nell’esprimersi sulle amicizie vere conosciute col calcio (e “dal” calcio, vien da chiosare) oppure sulle meschinità, addirittura i tradimenti che anche dal calcio (più che mai dal calcio!) possono germinare.
Nel parlare dell’entusiasmo e della gioia che il pallone può dare, ma anche nel toccare il lato più velato d’ombra che una persona può ritrovarsi a vivere: quello in cui essa resta attanagliata dal burnout, dalla depressione.
In più, nel libro di Cagni si possono leggere interessantissimi ed originali tocchi di lettura critica nella narrazione di quella che potremmo chiamare la “storia del calcio moderno (non contemporaneo) in Italia”; esempio mirabile, il riandare al trionfo degli Azzurri nella finale di Madrid nei Mondiali del 1982 attraverso il racconto di come l’ha vissuta l’allora Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, in una sala di Palazzo Monforte a Milano, nella sede della Prefettura: una lettura originale, rara, rispetto alla comune pubblicistica sulla famosa e trascinante partecipazione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Un libro scritto più che a cuore aperto, espressione pleonastica che poco si addice al personaggio, scritto con spalancate le finestre dell’anima.
Con il pallone, sempre, a scandire lo scorrere del racconto, il susseguirsi delle pagine: come un sole, che sai che c’è anche quando non lo vedi.
Difficile quindi, per noi innamorati di questo gioco bellissimo, non convenire con le parole che Gigi Cagni scrive in conclusione del suo libro: “E questo, se volete, è il sugo della storia. Il calcio non si insegna, dal calcio si impara”.
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