Panchine biancorosse: Nedo Sonetti

note di Paolo Paiusco

 

Le scorse “note”, che ci hanno visto tracciare il ricordo di Gigi Cagni, molto hanno attinto al libro scritto dall’allenatore bresciano, che sedette sulla panchina biancorossa, con non poche vicissitudini, nella stagione 2011-’12.

Nel suo libro autobiografico, “Rànget! Cinquant’anni a imparare dal calcio” (pp. 248, Giulio Perrone Editore, 2025), Cagni rammenta, da calciatore, una sfida tra il suo Brescia e la Reggina.

Anni Settanta, Serie B.

“Reggio è stata importantissima per me. In quegli anni (…) alla Reggina giocava un calciatore-bandiera, un osso veramente duro. L’incontro con lui era stato di quelli che ti fanno riflettere sui ‘gesti del carattere’. Il carattere è nei gesti? O i gesti sono qualcosa di diverso dal carattere? Con la memoria torno spesso a quella scena: le squadre che escono dal tunnel, l’arbitro che avanza per primo sotto la luce, gli scarpini cercano l’erba, sono vicino a Salvi, la nostra ala destra. Gli si para davanti questo tipo in maglia rossa, a muso duro. Traccia per terra una riga col piede: ‘Di qui non passi’, e la minaccia lascia intendere un ricco complesso di possibili lesioni, fratture, dolore inimmaginabile, contusioni, forse persino ustioni. Quando si dice sopraffazione psicologica. Quel giocatore spavaldo era Nedo Sonetti, e possedeva entrambi: gesti e carattere. Tempo qualche anno e sarebbe diventato il mio Maestro”.

 

Nedo Sonetti è nato a Piombino (LI), il 25 febbraio 1941.

Cresciuto nella Gabetto, squadra di quartiere della sua città, e successivamente al Piombino, allora in IV serie, fra la metà degli anni Sessanta e il primo lustro dei Settanta giocò, tra Serie B e terza serie, con lo Spezia, la Salernitana e soprattutto, come abbiamo letto poco sopra, con la Reggina: cinque stagioni, a farlo divenire degli amaranto capitano e bandiera.

Difensore centrale, o –  a dir meglio – stopper.

 

In una recente intervista ad Alessandro Dell’Orto (per “Libero”, 29 marzo 2026) ricorda di quegli anni l’allenatore, Tommaso Maestrelli
(“Bravissima persona, non alza mai la voce, è molto accomodante e cerca sempre di mediare. Questo aspetto del suo carattere sarà fondamentale, nel 1974, per fargli vincere lo scudetto alla guida della Lazio dei clan”) e un giovane Franco Causio (“Ragazzo straordinario, si vede subito che ha qualcosa di speciale. Dribbla sempre e a volte gli dico: ‘Oh, vai dall’altra parte perché se vieni nella mia zona ti picchio’”).

Sonetti cita dunque figure significative, nella sua esperienza di uomo di calcio. Significative e in qualche modo simboliche: a Maestrelli Sonetti non ha carattere affine ma è evidente che ha saputo coglierne gli aspetti più virtuosi, rimodulandoli sul timbro della propria personalità; e nel riandare alla conoscenza di Causio, il futuro e indimenticato Barone, vien da sottolineare come Sonetti da allenatore abbia voluto poi sempre esaltare le doti dei suoi giocatori più talentuosi, al tempo stesso limitando il più possibile l’estro dei più talentuosi giocatori avversari.

Come faceva da calciatore, da stopper.

 

Un “duro” in campo, abbiamo constatato dal ricordo di Cagni; dalla parte dei colleghi fuori dal campo, come testimonia l’impegno nell’Associazione Italiana Calciatori, il sindacato fondato da Sergio Campana: consigliere dal 1971 al 1974.

Presto allenatore, dopo aver smesso da giocatore.

 

Poche le squadre di cui Sonetti ha indossate le maglie in campo, quasi trenta panchine invece le panchine su cui si è seduto: da quella del Viareggio nel 1974, in Serie D, fino a quella del Vicenza, nel 2010.

Negli anni Ottanta si affermò come uno dei tecnici emergenti, nel panorama calcistico italiano: il ricordo dello scrivano appassionato di calcio va anzitutto alla Sambenedettese e all’Atalanta come squadre che lo ebbero condottiero in stagioni, per i marchigiani e gli orobici, memorabili.

Ma anche successivamente fu mister apprezzato e ricercato per affrontare sia campionati di vertice che con la salvezza come primo obiettivo, o ancora da subentrante per condurre in porto stagioni rivelatesi complicate.

 Avversario in campo, da calciatore, di Cagni e successivamente suo allenatore alla Sambenedettese.

“L’avresti chiamato un tanghero, una specie di bandito. La sua personalità trascinava gli altri come un fiume in piena. Nel mestiere, un innovatore, sia per la parte atletica sia per quella tattica: pressing, fuorigioco, ha inventato l’attacco del portiere (…). Quando per sfizio gli domandai della faccenda della riga tirata sul campo davanti a Salvi rispose: ‘Ecché vuoi, era per farvi capire bene…eravate un po’ duri di comprendonio’ ”.

 Da San Benedetto del Tronto la carriera del tanghero, come nella affettuosa descrizione di Cagni, prese il volo, per usare un lessico un po’ usurato ma che ben tratteggia la portata dei successi conseguiti da Sonetti: promozione in B coi rossoblù nel 1981, e cinque promozioni in Serie A con Atalanta, Udinese, Ascoli, Lecce e infine Brescia, al termine della stagione 1999-2000, per citare i successi maggiormente emblematici.

 

A Vicenza, di fatto, l’ultima panchina vera a propria.

Campionato 2009-’10, Serie B, Rolando Maran alla guida dei biancorossi ad avvicendare Angelo Gregucci, passato all’Atalanta. Tra il finire dell’inverno e l’inizio della primavera 2010 tre sconfitte consecutive, durante una stagione fin lì accettabile, costarono a Maran l’esonero per Sonetti.

Tre sole partite del Protagonista di puntata sulla panchina berica: pareggio 1-1 in casa contro il Modena, sconfitta netta (4-0) col Grosseto e pari, rimontando due reti, contro l’Ancona.

Due pareggi, una sconfitta e panchina che ritorna a Maran.

Non fu un finale di campionato semplice ma la salvezza arrivò ancora una volta.

Per Sonetti una esperienza breve e sfortunata, a Vicenza: di fatto, la panchina del crepuscolo, per il Nostro, che di certo in maniera immeritata e un po’ malinconica vide concludere la sua carriera lunga e prestigiosa.

Da quell’ultima panchina sono trascorsi diversi anni, immutati tuttavia carattere e  personalità di Sonetti.

Del calcio rimane chiaramente innamorato, ma lo guarda e lo vive con un distacco che non è conseguente tanto all’avanzare dell’età anagrafica quanto all’evoluzione (o involuzione, a seconda dei punti di vista) del “gioco più bello del mondo”.

Ancora nella intervista a Dall’Orto: “Ai ragazzini non insegnano più i fondamentali. E io divento matto. È cambiato tutto, noi da piccoli crescevamo tirando il pallone al muro o colpendolo di testa alla forca, ora invece tutto questo non esiste”.

Quasi un paradosso, quindi, che al venir meno del lavoro sui fondamentali corrisponda una pronunciata insistenza sul possesso palla; conseguenza: scarso divertimento: “Quando vedo esagerare con il tiki-taka spengo la televisione perché mi incazzo come una belva. Per costruire un’azione fanno 27 passaggi inutili: che roba è?”.

Già: che roba è? Questione di gusti, vien da considerare, e di tempi che cambiano, senza volere con questa espressione formulare giudizi.

Non è quindi più il tempo di Nedo Sonetti: ma il tempo che calcisticamente di lui è stato val la pena ricordare.

E pur non avendo lasciato una impronta significativa nella storia del Vicenza, una impronta di certo riconoscibile nella storia del calcio italiano moderno è indubbiamente a Nedo Sonetti da riconoscere.

Se non necessariamente con gratitudine, senz’altro con un velo di riverente nostalgia.

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbe interessarti...

LA PRIMA STECCA DI BROCCHI: ANCORA MALASORTE?

IL PUNTO DI LUCIANO ZANINI SULLA SERIE B     PERO’ QUESTO…

Vicenza, urge una svolta dopo la sosta!!

  La Serie B si ferma per dare spazio alle Nazionali, il…

Tra Vicenza e Cittadella succede di tutto!!

Espulsioni, rigori con il var protagonista, tanti gol ed emozioni, 6 nuovi…

Il risultato delle previsioni ma la vittoria della Reggina è meno agevole di quanto non dica il risultato

Reggina- Vicenza 3-1 Reggina: Micai; Loiacono, Amione, Di Chiara; Adjapong, Bianchi, Cortinovis…