Grandi Firme. I 4 Gianni. Un libro di Giuseppe Smorto
note di Paolo Paiusco
All’approssimarsi dei fischi d’inizio dei campionati nazionali, vien spontaneo fantasticare – da tifosi, da appassionati – sulle possibilità che ha la propria squadra del cuore di raggiungere i più brillanti risultati, e vien altrettanto spontaneo elaborare pronostici su quelli che saranno gli esiti della stagione sportiva, mischiando – in un gioco, vissuto però in maniera assai seria – conoscenza, passione e divertimento.
E’ parte integrante di questo gioco avere a riferimento opinioni e previsioni formulate da coloro di cui si riconosce peculiare competenza e lucidità di analisi; nel mondo del calcio non ci si limita ad identificare questi esperti con le persone che definiamo spicciamente “addetti ai lavori” (dirigenti ed ex calciatori in primis) ma si allarga l’ambito, di più o meno stimata reputazione, a chi di pallone scrive e, soprattutto, sa raccontare.
Vi sono stati decenni, in verità non così remoti, in cui era consuetudine diffusa tra i lettori di sport apprezzare le previsioni sul campionato alle porte redatte da giornalisti così autorevoli, per conoscenza del gioco e per capacità di scrittura, che avvicinavano il piacere del racconto del calcio al piacere della lettura, al di là che il lettore fosse un accademico od un operaio, per estremizzare.
Gianni Brera e Gianni Mura sono gli scrittori che, a riguardo, vien da raffigurare ad emblema di questo modo, di questo stile di proporsi agli appassionati.
E di Gianni Brera e Gianni Mura (e non solo di loro, lo vedremo) parla un libro che si fa leggere con leggerezza, però profonda, scritto da un giornalista di esperienza notevole, che molto mette di personale – seppure con discrezione – nel raccontare.

Brera
L’autore è Giuseppe Smorto, il libro – uscito all’inizio del 2026 – si intitola “I 4 Gianni. Brera, Clerici, Minà e Mura e lo sport di Repubblica” (pp. 240, Minerva Edizioni, 18 euro).
Smorto, classe 1957, è un giornalista, ha lavorato per molti anni e ricoprendo diversi incarichi a Repubblica (leggasi: è stato una colonna del quotidiano, da redattore a diventarne vicedirettore), da inizio 1996 a metà 1998 ha scritto, chiamato da Minà, per Tuttosport.
“Ha sempre fatto il giornalista, anche se sognava una vita da psicanalista”, viene riportato nel risvolto della copertina: e il sentore di questo sogno, per quanto in maniera vaga, si percepisce nel racconto dell’Autore. Che ripercorrendo la storia di una redazione, quella sportiva, che agli inizi non c’era – Repubblica allo sport non dedicava di fatto spazio – rende il lettore partecipe di come, nel volgere di pochi anni, quello stesso giornale abbia saputo divenire luogo giornalistico di riferimento per una folla di appassionati. Di sport e di letteratura.
Il racconto di Smorto inizia, di fatto, dalla dedica: “A Mario Sconcerti, tutto è cominciato da lui”. Perché è con Sconcerti che in pratica nasce la redazione sportiva del giornale; una redazione che avrà spessore coerente alla definizione che Smorto dà di Sconcerti: “un incrocio riuscito fra un umanista e un giornalista”.
Sconcerti, di quasi trent’anni più giovane di Brera, lo convince a passare da Il Giornale di Montanelli a Repubblica.
Siamo nel 1982, il giornale fondato e diretto da Scalfari ancora non esce il lunedì ma la strada verso un quotidiano di successo, che si fa leggere anche per come scrive di calcio, è segnata.
L’Italia di Bearzot vince il Mondiale, l’entusiasmo per la conquista della terza stella sta anche nel racconto del trionfo, andando oltre – pur senza dimenticare – le critiche robuste espresse pure da Brera nel corso del girone eliminatorio.
Su Repubblica scrive, oltre che “il primo” Gianni (Brera, appunto), anche “il secondo”: Gianni Mura.
Quando nel 1992 Brera muore in un incidente stradale, per i lettori Mura gli succede come erede letterario, pur nelle diversità di espressione, di prosa, di carattere.
Si ricordava, all’inizio, della nostalgia, per le “previsioni del campionato” di Brera e Mura. Un pretesto per parlare di loro, per parlare di questo libro di Smorto. Da pretesto a pretesto, altri due Gianni: “un nome, una garanzia”, viene banalmente – ma con sincerità – da dire.
Altro stile, altro approccio e altri ambiti di interesse nel fare giornalismo di Minà, “il terzo” Gianni.

Autunno del 1983: “Dobbiamo lanciare una rubrica in cui tu dai i voti a tutti, anche al papa”, gli dice Sconcerti: da lì per 37 anni Mura scriverà una delle rubriche più attese ed amate, ad accompagnare le domeniche di campionato: “Sette giorni di cattivi pensieri”.

Minà
Un fuoriclasse nel raccontare per la televisione ma grande giornalista anche nella scrittura.
Molto “latino-americano”, capace di creare fiducia e sentimento nell’incontro con gli altri, nella vita e quindi nel lavoro.
Simbolica, a riguardo, la foto in un ristorante di Roma in cui è ritratto assieme a Robert De Niro, Muhammad Alì, Sergio Leone e Gabriel Garcia Marquez. Divenuti leggenda i suoi rapporti privilegiati con Maradona e Fidel Castro.
Un episodio con protagonista l’Autore: redazione di Repubblica,“C’è un certo Galeano”, dicono dalla portineria a Smorto. L’ha mandato Minà: “Galeano vuole informazioni sul campionato italiano, del resto quando ci sono i Mondiali lui si chiude in casa (come abbiamo ricordato nella puntata di “Letture Mondiali” dedicata al suo “Chiuso per calcio”n.d.r.). Poi scriverà “Splendori e miserie del gioco del calcio” ”.

Galeano
Minà che Smorto seguì a Torino, direttore e condirettore a Tuttosport per due anni e mezzo. Smorto che sottolinea la coerenza di Minà, che ha sempre senza dubbio anteposto a convenienze più o meno facili.
“Il quarto” Gianni: Clerici. Un altro campione della scrittura, e prima ancora campione in campo. Da tennis, e come lo scriba del tennis spesso nominato nel ricordo.
Clerici, il professore di letteratura che parla di un interessantissimo tutt’altro per larga parte del suo scritto destinato al giornale, per piazzare in coda le osservazioni più lucide, i commenti più arguti sul match di cui dar conto. “
“Non chiamateli articoli, sono storie”: in questa espressione del “quarto Gianni” possiamo constatare quanto possa rivelarsi evanescente voler distinguere il giornalismo dalla letteratura (per tralasciare la distinzione, se possibile ancor più superficiale, tra “giornalismo” e “giornalismo sportivo”).
Riportavamo, qualche settimana addietro, le parole del direttore Formisano all’incontro sui libri del maestro Pino Lazzaro: “Viviamo tempi in cui, lo dico un po’ provocatoriamente, l’attività principale del giornalista non è scrivere ma comporre articoli piattamente usando il ‘copia-incolla’, con buona pace della qualità, dello stile e anche della grammatica”.
Quindi si leggano, si tornino a leggere i libri di Lazzaro, dicevamo; e si legga questo libro di Smorto: forse con una punta di nostalgia ma la voglia di leggere, o tornare a leggere, ognuno dei 4 Gianni verrà da sé.
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